SERVONO ANCHE LE IDEE
Qual che sia l'esito della ricerca del candidato per le elezioni regionali della prossima primavera, è fin d'ora evidente che il centrodestra ha mutato radicalmente strategia, nell'intento di evitare la disastrosa sequela di errori di quattro anni fa. Ma che il nuovo approccio conduca a un candidato e a un programma riconoscibili dagli elettori, è da vedere. Perché il candidato ancora non c'è, il programma è di là da venire, l'alleanza politica solida - ma con la grande incognita leghista - e però priva della forza simbolica e della ventata di novità che sull'altro fronte accompagneranno il nascituro partito democratico. Di certo alla Casa delle libertà non basteranno un tono di berlusconismo e l'avversione al governo Prodi (se ancora sarà in piedi). Troppo poco, troppo vecchio. Che vi sia un salto di qualità è evidente, come già descritto dal direttore de Il Piccolo nell'editoriale del 5 agosto.
La scelta di puntare su un "Illy" friulano come Edi Snaidero, e ancor più quella di dar vita a un laboratorio di pensiero alimentato da personalità di alto livello ed esterne agli apparati, denota una chiara apertura alla cosiddetta società civile: un motivo ricorrente, tipico e talvolta un po' stucchevole del centrosinistra, ove il vizio di dare patenti di civiltà e inciviltà non è mai del tutto scomparso, ma senz'altro anche un nervo scoperto e una lacuna storica del centrodestra, da sempre assai debole nel sostegno degli intellettuali e dei ceti dirigenti, spesso anche per la pochezza delle elaborazioni culturali proposte. Sostenere alla guida della Regione un uomo d'azienda, oltretutto, colma un secondo divario storico fra il centrodestra friulgiuliano (e ancor più triestino) e le categorie imprenditoriali, davvero controcorrente rispetto alle affinità diffuse nel resto del Nord.
Due sono le possibilità lapalissiane: che Snaidero accetti o rifiuti. Se rifiuta crea un serio mal di pancia, perché il successivo prescelto, chiunque sarà, porterà il marchio del candidato di riserva. Se accetta, crea uno scenario del tutto nuovo per l'Italia intera, dove non è mai accaduto che per la guida di una Regione si fronteggino due brillanti imprenditori di notorietà internazionale (ammesso quel che ora è solo probabile, cioè che Illy accetti di ripresentarsi), espressione contrapposta delle due componenti giuliana e friulana. Potrà non piacere ai sostenitori del primato della politica, ai quali in fin dei conti la società civile garba solo come serbatoio di voti; sarà pure il punto d'arrivo della fusione tra politica e marketing; sarà forse la sublimazione della cultura d'azienda nella gestione della cosa pubblica.
Ma insomma, non ci si può lamentare ogni giorno che il Paese pulluli di professionisti della politica che non hanno mai lavorato in vita loro - la famosa "casta" denudata e sbertucciata da Gianantonio Stella - e poi storcere il naso quando a candidarsi sono le migliori energie imprenditoriali. Dal punto di vista del centrodestra, la mossa presenta pro e contro. Il vantaggio è quello di sfidare gli avversari sul loro stesso terreno (la "società civile", appunto), facendo leva in più sull'orgoglio friulano demograficamente maggioritario; campo in cui l'impegno nel basket di Snaidero, e quindi la versione per così dire "sportiva" della rivalità, conterà parecchio. Alla luce di un tanto va letta anche buona parte della querelle sul friulano a scuola: scelta su cui, probabilmente, la giunta regionale batte in primis per disinnescare una potenziale accusa di "triestinità", che domani nessuno potrà rivolgerle comunque vada a finire la legge (e a maggior ragione se essa ne uscirà annacquata o rinviata dal Consiglio regionale).
Gli svantaggi sono parimenti correlati alla scelta di giocare in campo altrui, proponendo un candidato di analogo profilo ma, se non meno smagliante, di certo ben più inesperto e in prevedibile imbarazzo nell'uno contro uno: Illy è in politica da 14 anni e si è fatto due mandati da sindaco, uno da deputato e uno da governatore. In più il centrodestra non è avvezzo ai complessi bilanciamenti di poteri e personalità tra un candidato di spicco e le anime della coalizione; e il campo avverso ne sa qualcosa, dopo quattro anni di decisionismo presidenziale e di rospi ingoiati. Ma c'è un ulteriore elemento, oggi ancora sottovalutato eppure decisivo. Per vincere le elezioni ci vuole un programma coerente, facilmente comunicabile, immediatamente percepibile: ciò che non è facile in un'istituzione regionale, poco "vissuta" dal cittadino a dispetto della sua importanza. Val più una chiave di volta che un collage programmatico compilativo.
La coalizione uscente l'avrà, ed è l'Euroregione: tema quanto mai attuale e di ampio respiro, a cui Illy lavora da anni in consenso trasversale con il governatore veneto Galan, il che lo pone vieppiù al centro della scena. Il centrodestra non l'ha ancora. Una chiave giusta potrebbe essere una nuova articolazione delle autonomie locali che valorizzi il ruolo di Trieste come capoluogo, e quello del Friuli come cuore produttivo regionale. Per tradurre tutto ciò in un programma ci vogliono tempo, visione politica e capacità di sintesi; e il tempo presto comincerà a scarseggiare. Eppure è un'esigenza essenziale. Il migliore dei candidati non potrà nulla, se non porterà con sé un'idea forte da comunicare.
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