Medaglia d’oro del Cai all’esploratore degli abissi: Pino Guidi entra nella storia

Massima benemerenza allo speleologo classe 1938, che in decenni di esplorazioni ha mappato 415 grotte e pubblicato 1.400 lavori: «Fino agli anni ’70 le attività erano sociali e di gruppo, oggi è possibile quella in solitaria»

Lorenzo Degrassi
Il riconoscimento del Cai a Pino Guido Foto Andrea Lasorte
Il riconoscimento del Cai a Pino Guido Foto Andrea Lasorte

«Forse ho avuto semplicemente la fortuna di poter fare tante cose che altri non hanno avuto l’occasione di fare». È una frase che racconta molto di Pino Guidi. Lui la pronuncia quasi con pudore, come se le migliaia di ore trascorse nelle viscere della terra, le esplorazioni pionieristiche, i ruoli di responsabilità e una produzione scientifica monumentale fossero soltanto il frutto di fortunate coincidenze.

Eppure, dietro a quella modestia, si nasconde una delle figure più importanti della speleologia italiana del secondo dopoguerra.

Stasera sera, nella sala proiezioni della Società Alpina delle Giulie di via Donota, a Trieste, il Club Alpino Italiano ha conferito a Guidi la Medaglia d’Oro del Cai, la massima benemerenza assegnata dal sodalizio ai soci che si sono distinti per l’impegno costante, i servizi resi all’associazione e la diffusione dei valori della montagna.

A consegnare il riconoscimento sono stati il presidente della Sag Massimiliano Reiter, il direttivo della sezione e i vertici della Commissione Grotte “Eugenio Boegan”, della quale Guidi fa parte dal 1962.

Classe 1938, nato a Venezia e trasferitosi a Trieste a guerra finita, Guidi è cresciuto in una città attraversata dalle tensioni del dopoguerra. La passione per il sottosuolo arrivò presto. Prima i cunicoli e le gallerie della città, poi il Carso e le sue cavità. «Il mio ingresso nella speleologia è stato con un gruppo minore, come si diceva allora, il Gest, Gruppo escursionisti speleologi triestini, assieme proprio a Mario Bussani e a Fausto Biloslavo. Ci siamo rimasti tre anni prima di passare tutti e tre all’Alpina delle Giulie». Era la fine degli anni Cinquanta, si esploravano le cavità anche per trovare i corpi degli infoibati.

Un mondo lontanissimo da quello attuale, nel quale la speleologia aveva ancora il sapore dell’avventura e della scoperta. «Ora invece è cambiato tutto – racconta Guidi –: fino agli anni Settanta la speleologia era basata soprattutto sull’attività sociale e di gruppo. Per fare gli abissi bisognava portare metri e metri di scale e di corde. Oggi, invece, è possibile affrontare un abisso di trecento o quattrocento metri anche in solitaria. Il gruppo è diventato soprattutto una base dove reperire materiali o consultare gli archivi per sapere se una grotta è già stata esplorata».

La sua storia personale si intreccia con quella delle grandi esplorazioni del massiccio del Canin. Nel 1963, assieme a Dario Marini e Adalberto Kozel, contribuì alla scoperta di trenta nuove cavità, aprendo la strada a campagne che avrebbero attirato speleologi da tutta Europa. Sempre in quell’anno fu tra i protagonisti di una delle imprese che ricorda con maggiore emozione. Ma quando gli si chiede quale esplorazione gli sia rimasta maggiormente impressa, esita a lungo. «È difficile dirlo, perché ogni uscita ha una storia a sé. Forse la prima esplorazione del Fontanon di Goriuda. È un torrente-grotta esplorato nel 1963 con Tullio Tomasini e Marino Vianello».

Quella stagione pionieristica portò Guidi ben oltre i confini regionali. Nel 1977 partecipò alla spedizione nella Persia dello Scià, contribuendo alla realizzazione del primo progetto strutturato per il catasto delle grotte iraniane e firmando 17 rilievi topografici. La topografia è stata una delle sue grandi passioni: in oltre settant’anni di attività ha realizzato i rilievi ufficiali di 415 grotte, costruendo un patrimonio tecnico e documentale di valore inestimabile. Ma il suo contributo non si è limitato all’esplorazione. Una tragedia avvenuta nel 1965 segnò profondamente la comunità speleologica italiana e convinse Guidi della necessità di organizzare il soccorso. Fu tra i protagonisti della nascita del Soccorso Speleologico Nazionale nel 1966. Dieci anni dopo ne divenne responsabile nazionale, incarico mantenuto fino al 1981, mentre due anni dopo gli venne affidata una delle quattro vicepresidenze mondiali della Commissione Internazionale del Soccorso Speleologico, con competenza sull’Europa orientale.

Accanto all’esploratore e al soccorritore emerge poi lo studioso. Guidi ha sempre sostenuto che la memoria di un’attività esiste soltanto se viene documentata. «Perdura nel tempo solo ciò che è scritto», ha ripetuto spesso nel corso degli anni. Una convinzione che lo ha portato a pubblicare quasi 1. 400 lavori nell’arco di 63 anni, collaborando con oltre 60 coautori e diventando il massimo specialista italiano della bibliografia speleologica. Allo stesso modo ha dedicato anni al recupero degli archivi storici della Commissione Grotte “Eugenio Boegan”, riordinando documenti che risalivano all’Ottocento e contribuendo alla catalogazione di quasi ventimila fotografie storiche. Numeri impressionanti che, tuttavia, sembrano interessarlo meno delle persone incontrate lungo il cammino della sua vita. Forse è proprio questa la ragione per cui la Medaglia d’Oro del Cai assume un significato particolare. Non premia soltanto l’esploratore, il tecnico o il dirigente, ma una vita intera dedicata a costruire conoscenza, a tramandarla e a metterla al servizio degli altri.

 

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