Sul caso Nicoli Fedriga ammonisce: «Squadra compatta o facciamo autogol»

Tiziana Carpinelli
Ormai non si contano più le volte, nella guerra di nervi tra Lega e Forza Italia, in cui l’affondo pareva definitivo e invece il canovaccio politico serbava l’ennesimo colpo di scena, l’entrata a gamba tesa sull’alleato in maggioranza. Fino alla “resa dei conti”, martedì in massima assise, tra il capogruppo del Carroccio Massimo Asquini e quello azzurro Giuseppe Nicoli, che ha persuaso perfino Suzana Kulier, del gruppo Misto, a intervenire in diretta streaming per chiedere che le parti non bisticciassero più pubblicamente, ma – se proprio devono – lo facessero distanti dai riflettori, ché l’elettore non capisce queste baruffe né le gradisce. Botta e risposta in Aula foriero soprattutto di alzare di livello la dialettica, coinvolgendo direttamente i coordinamenti regionali, con la nota di Sandra Savino.
Eppure ieri, nel tour di Massimiliano Fedriga, governatore del Fvg, lungo i paesi dell’Isontino per raccogliere le esigenze dei Comuni da contemperare con il supporto regionale nella complicata congiuntura del Covid-19, niente strepiti, calma e gesso. Sul caso Nicoli toni pacati, ma altrettanta fermezza. Insomma, il guanto di velluto sopra il pugno di ferro. Incalzato a dire la sua dopo Savino, che nel week-end ha rivendicato l’autonomia di pensiero dell’azzurro ribelle alla linea Cisint, il segretario della Lega ha infatti scomodato una metafora calcistica, dopo aver sottolineato il «netto cambio di passo tra questa amministrazione e la precedente, con evidente apprezzamento dei cittadini»: «Una squadra è formata da attaccanti, difensori, centrocampisti e portiere. Se qualcuno non è soddisfatto di fare il terzino e pensa di dover fare l’attaccante rischia l’autogoal». Tutti i ruoli hanno la loro dignità perché contribuiscono all’esito del match, ma se ci si ostina a ribaltare gli schemi «si costringe il mister a togliere dalla rosa o a mettere in panchina». E magari alla fine ci rimette la partita, cioè la città.
Ma uscendo dalle allegorie calcistiche, Fedriga pensa a mettere in panchina Nicoli, peraltro capogruppo di Fi in Regione, cioè a licenziarlo dalla maggioranza? «Io non ho fatto nomi – ha replicato –, questo è un appunto che rivolgo a tutti. Poi ognuno, rispetto all’atteggiamento che tiene, faccia le sue riflessioni». «All’interno dello spogliatoio – ancora il leader regionale della Lega – ci si può lamentare ed è legittimo, ma quando si esce in campo si deve pensare a giocare la partita con la squadra. Ed è un peccato doversi guardare alle spalle, per capire se il difensore rischia l’autogoal». Certo, calcisticamente, quello sfoderato ieri mattina da Fedriga non è un cartellino rosso, ma giornalisticamente sembra proprio un cartellino arancione. Esibito nel giorno in cui, per curiosa coincidenza, Fedriga faceva la spola nell’Isontino e intanto Nicoli, assieme a Maurizio Tripani, Rodolfo Ziberna, Maurizio Delbello, Sergio Bini e Sandra Savino, annunciavano nell’Isontino il patto di collaborazione tra Fi e Progetto Fvg già intrapreso in Consiglio regionale, base di un “polo dei moderati” nella coalizione di centrodestra.
Per Fedriga la priorità è però smuovere le opere, sfruttare le liquidità. Perché la crisi non si risolve con «l’assistenzialismo, che noi non vogliamo», ma mettendo in campo progetti e lavori. E la Regione aiuta, «abbattendo la pressione fiscale», cercando di attirare imprese, grazie all’«impegno essenziale dei comuni». Il governatore ha sottolineato i risultati importanti e la rapidità di intervento nel post tempesta Vaia, con la messa a frutto di 160 milioni di euro l’anno scorso e 105 nel 2020, tant’è che «chiederemo al governo, nell’ambito dell’emergenza Covid, di poter proseguire nella realizzazione di opere con il modello commissariale», per dribblare le lungaggini burocratiche. Perché i cantieri danno lavoro. Ma anche l’escavo del canale, argomento di cui Fedriga ha discusso in separata sede con Cisint, intervento atteso da decenni, può essere la svolta di Portorosega. Il presidente del Fvg ha rivendicato l’«interlocuzione stretta e anche accesa» con Roma, cui ha perorato la necessità, nel Decreto semplificazione, «di togliere quelle norme che non consentono di spendere le risorse e avviare interventi», quei cavilli «che poi creano l’inghippo e bloccano i dragaggi». Se l’è presa con i «pasdaran dell’ambientalismo», mentre effettuando l’escavo si «creano economie che non danneggiano l’ambiente, anzi se ne prendono cura». —
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