SULLA VIA DELL’EQUITÀ
In un Paese nel quale il possesso di attività finanziarie da parte delle famiglie è il più elevato del mondo è naturale si presti tanta attenzione alla loro tassazione. È naturale, quindi, che i mezzi di informazione abbiano dato tanta rilevanza al progetto governativo di riordinare la tassazione in materia secondo una esigenza che diversi ordini di motivi hanno fatto maturare negli anni. Questa rilevanza, tuttavia, non giustifica alcun riflesso condizionato, né di allarme, né di sdegno, come quelli che già sono stati manifestati ancor prima di conoscere di che si tratta e quale logica si sta seguendo.
Il punto di partenza è che in Italia i redditi da attività finanziarie (azioni, obbligazioni e titoli analoghi) sono tassati meno che negli altri Paesi europei: il 12,5% contro una media attorno al 20%. Sono tassati di più, molto di più (il 36%), quelli delle attività a breve termine (massimo un anno) nelle quali rientrano non solo i depositi bancari, ma anche i Buoni ordinari del Tesoro, i pronti contro termine, e molte altre forme di impiego assai utilizzate anche dalle famiglie. Questi dati già dovrebbero bastare per ridimensionare, e di parecchio, l'allarme suscitato dalla ipotesi e sulla interpretazione secondo la quale si tratterebbe di un aumento delle tasse. Anzi, almeno all'inizio, il gettito di queste voci potrebbe addirittura ridursi perché, mentre l'innalzamento dell'aliquota per le obbligazioni riguarderebbe solo le nuove emissioni (e quindi richiederebbe alcuni anni per andare a regime), la riduzione di quella sugli interessi dei conti bancari e dei titoli con vita inferiore ad un anno sarebbe immediata o diventerebbe operativa in pochi mesi.
Se poi si aggiunge che la variazione di queste aliquote non riguarderà in alcun caso i contribuenti tassati a bilancio (le imprese) e gli stranieri (solitamente tassati nel loro Paese secondo accordi bilaterali) si capisce ancor meglio che non è proprio il caso di fare chiasso su una prospettiva del genere. Fin qui, seppure sommariamente, le considerazioni tecniche. Ma è doverosa anche qualche considerazione politica fondata su qualche richiamo storico. La circostanza che l'Italia si distingue per l’elevata consistenza di attività finanziarie in possesso delle famiglie si deve alla virtuosa inclinazione al risparmio che, soprattutto in passato, connotava la sua gente, ma anche a due circostanze che col risparmio hanno ben poco a che fare. La prima è che fino a tutti gli anni '80 la pressione fiscale era molto bassa con un divario rispetto alla spesa pubblica che fu coperto con l'indebitamento.
Questo indebitamento veniva finanziato con l'emissione di titoli sottoscritti da un risparmio che derivava anche dal fatto che si pagavano poche tasse. Spesso si dimentica che a fronte del gigantesco debito pubblico c'è, non può non esserci, un altrettanto gigantesco credito; un credito quasi esclusivamente privato che consiste, appunto, nel livello, anomalo rispetto agli altri Paesi, che da noi hanno le attività finanziarie delle famiglie. La seconda circostanza è che il volume già estremamente elevato delle attività finanziarie, al tempo prevalentemente investite in titoli di Stato, nei primi anni '90 moltiplicò il proprio valore (e questa volta senza alcun concorso delle virtù risparmiatrici) perché le quotazioni dei titoli a tasso fisso beneficiarono del crollo dei tassi conseguente alle manovre di aggiustamento (aumenti di imposte e tagli soprattutto al welfare) che si imposero per poter partecipare alla nascente unione monetaria europea.
Ne derivò una forte redistribuzione dei redditi e della ricchezza anche perché quegli aumenti di valore non furono assoggettati ad alcun prelievo fiscale. Data questa storia, è paradossale che in Italia, proprio in Italia, i redditi da attività finanziarie siano tassati meno che negli altri grandi Paesi europei dove il debito pubblico è assai più contenuto perché la pressione fiscale è stata sempre elevata e dove sui titoli pubblici (almeno su quelli a tasso fisso) non è mai scesa la manna di una riduzione dei tassi come quella sperimentata da noi negli anni '90. Così come è paradossale che i tassi dei conti bancari di deposito siano decurtati da una aliquota del 27% che, in una delle tante emergenze finanziarie attraversate dal nostro Paese, fu innalzata a questo spropositato livello con l'unica motivazione che era facile tassarli. Infine una considerazione, anch'essa politica.
È difficile poter spiegare come, valendo il principio della equità e della progressività del prelievo, il reddito da attività finanziarie sia tassato al 12,50% mentre l'aliquota minima sui redditi da lavoro, compresi quelli precari, sia al 23%. Anche ammesso che le indiscrezioni sulle intenzioni del governo corrispondano a verità, e che eventuali misure in questo senso vengano approvate dal Parlamento con la prossima legge finanziaria, davvero non c'è motivo di indignarsi o da gridare allo scandalo. Anzi.
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