«Terremoti e maremoti Serve più prevenzione»

Le catastrofi del passato possono, devono, insegnarci qualcosa. Soprattutto nel caso di eventi quali terremoti e tsunami, spesso collegati fra loro. Nella prima giornata del convegno nazionale Gngts...
Lasorte Trieste 14/11/11 - Marittima, Convegno Geofisica
Lasorte Trieste 14/11/11 - Marittima, Convegno Geofisica

Le catastrofi del passato possono, devono, insegnarci qualcosa. Soprattutto nel caso di eventi quali terremoti e tsunami, spesso collegati fra loro. Nella prima giornata del convegno nazionale Gngts (Gruppo nazionale di geofisica della Terra solida) organizzato a Trieste dall’Istituto nazionale di Oceanografia e geofisica sperimentale (Ogs), sono stati analizzati mega-terremoti e mega-tsunami recenti, per cercare di trarne indicazioni da trasformare in buone pratiche per il futuro, specie su diffusione di allarmi precoci e mitigazione dei danni.

Stefano Tinti, ordinario di geofisica a Bologna, ha presentato uno studio sul terremoto di Sumatra del 2004, che causò un maremoto e 220mila vittime, e sullo tsunami del Giappone, che quest’anno ha fatto più di 20 mila morti e ha danneggiato la centrale di Fukushima. «A Sumatra – ha spiegato il docente – è mancato un sistema di allarme tempestivo. In Giappone, dove si riteneva che il sistema d’allarme fosse perfetto, si è visto in realtà che il sistema va migliorato. Di fatto c’è stata una clamorosa sottostima della potenziale energia del terremoto».

L’errore di valutazione deriva dal fatto che la stima della massima magnitudo si basa fortemente sulla serie dei grandi terremoti già verificatisi nella stessa zona. «Il problema - ha detto Tinti - è che se tali terremoti si sono verificati prima che fossero disponibili i sismometri, e se la zona sismica si trova in mare, allora stimare magnitudo e massima magnitudo possibile è complicato». Le prime reti sismometriche a copertura globale infatti sono di appena 50 anni fa, quando non esistevano molti degli strumenti moderni.

Che fare, dunque? Secondo Tinti, vanno innanzitutto riesaminate le zone di subduzione, in cui una placca litosferica scivola sotto un’altra, perché sono le zone dove vengono prodotti i maremoti più disastrosi. «È qui che è necessario fare stime corrette della massima magnitudo di un terremoto e di un maremoto, per realizzare opere adeguate di difesa nel lungo termine. Per i sistemi d’allarme, occorre migliorare la nostra capacità di “vedere” e “quantificare” il prima possibile terremoto e maremoto». Densificare le reti di sismometri e realizzare reti di rilevatori Gps, sia su terra ferma che in mare E aumentare il numero di mareografi lungo la costa, ma soprattutto il numero di sensori al largo. «Anche nel Mediterraneo potremmo subire eventi tsunamigenici – ha chiuso Tinti – specie al largo della Sicilia e soprattutto lungo l’Arco Ellenico dal Peloponneso a Rodi. Questo perché la placca africana sta scivolando sotto la placca euro-asiatica». E sarebbe meglio non farsi trovare impreparati.

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