Tra luci e ombre corso Verdi tira le somme

punti di vista
Il corso Verdi nasce attorno il 1860 come via del Giardino, con marciapiedi, una larga strada in macadam e l’illuminazione a gas con fanali appesi e lanterne su palo nei tratti più larghi. Negli anni Trenta vengono rifatti i marciapiedi dei due Corsi assieme a molte altre vie con le storiche piastrelle di cemento della ditta Maroni, asfalto su corso Italia e porfido a cubetti per corso Verdi nella tradizionale posa ad archi contrapposti, con monta centrale a schiena d’asino e sigillatura delle fughe con asfalto colato a caldo, caratteristica tecnica efficace che pare esclusivamente goriziana e praticata l’ultima volta negli anni ’90 con la riqualificazione di via Ascoli, Oberdan, Mameli e Seminario.
Nel 2014 corso Verdi ha visto la sua ristrutturazione secondo un progetto basato sul concetto di uno spazio unico per manifestazioni, specie davanti i Giardini. Così al posto dei parcheggi sono stati allargati i marciapiedi con la pista ciclabile di diverso colore nella pietra, ma a raso invece che in sede propria con dislivello, generando attriti tra lo shopping dei pedoni e le biciclette tra la gente.
Per lo stesso motivo i cordoli bassi da 5 cm, che incentivano il parcheggio momentaneo dei veicoli a danno delle cordonate, mentre il compluvio al centro della carreggiata si è rivelato particolarmente infelice e non solo per lo sgradevole effetto della repentina discesa dell’automobile nell’attraversare il canyon: la pressione dei veicoli in transito non spinge i cubetti contro le cordonate laterali, consolidandone il posizionamento come nella monta centrale, ma verso il compluvio dove scontrandosi tra di loro tendono a saltar fuori, costringendo ad una manutenzione permanente.
Poi l’anomalia urbanistica di un’isola pedonale priva di senso logico e a detrimento del percorso pedonalizzato di via Rastello, Monache, Mazzini e Garibaldi realizzato pochi anni prima. Un’isola creata del tutto a caso sulla principale strada di spina della città, costringendo all’incrocio del Teatro la svolta veicolare nell’unica direzione obbligata di via Diaz, dove poi il forestiero si perde.
Infine l’illuminazione con lanterne di foggia Ottocentesca, di scelta infelice e scarso effetto estetico, come si nota confrontando i globi dorati della vicina via Oberdan, luce led troppo bianca che secondo recenti studi avrebbe effetti cancerogeni, diversamente dai led solari che però consumano come le lampade normali. —
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