Trieste, la zia aggredita: «Potevo morire, ora temo la sua vendetta»

TRIESTE «Ora me ne rendo conto... ho rischiato di morire. Mio nipote voleva davvero uccidermi». Settantacinque anni, triestina, con una menomazione fisica che la costringe a muoversi con un deambulatore. È lei l’anziana che nella notte tra mercoledì e giovedì è stata aggredita nella propria abitazione di Strada vecchia dell’Istria, al civico 7. Il nipote, il sessantenne Alessandro Mattarelli, l’ha presa a pugni e le ha stretto le mani al collo. E, nel tentativo di ammazzarla, le ha premuto la faccia con una coperta.
L’uomo ora è in carcere al Coroneo. È stato arrestato dalla Polizia che ha fatto irruzione nell’alloggio grazie alla telefonata di soccorso di un vicino, allarmato dalle urla della settantacinquenne. Ci sono voluti quattro agenti per placare Mattarelli e mettergli le manette ai polsi. Il sessantenne si dimenava e gridava cercando di colpire anche i poliziotti.
«Ho avuto paura», ripercorre la donna guardandosi i lividi che le coprono braccia e gambe. «Vede qua?». Indica il volto, dove una chiazza blu si sta lentamente allargando all’altezza della mascella. «Questo me lo ha fatto quando tentava di strangolarmi».
Il racconto della donna comincia da quando lei e il nipote, quella sera, erano a cena in una trattoria di Gabovizza. «Lui era calmo, tranquillo... non so perché dopo sia scaturito così. So che in passato aveva avuto anche problemi simili con i genitori. Penso ci sia stato almeno un episodio di violenza e anche quella volta era intervenuta la Polizia. D’altronde mio nipote, da quanto ne so, tanti anni fa soffriva di una forma di disturbo bipolare e prendeva medicinali. Ma sono tanti anni che non assume più nulla. Tra l’altro proprio nei giorni scorsi gli era arrivata una carta dal ministero – aggiunge la donna – dove c’era scritto che non era più necessario il certificato di un medico psichiatra per il rinnovo della patente, proprio perché non assumeva più psicofarmaci da tempo. Quella sera era contento per questo motivo. E invece...».
Dopo la cena a Gabrovizza il nipote e la zia si fermano in un bar di Servola, il “Caffè De’ Marchi”. «Era sempre tranquillo», riprende la settantacinquenne. «Nel locale ha incontrato una donna con cui si è allontanato per un bel po’, dicendo che l’avrebbe accompagnata a casa. Io sono rimasta ad aspettare in bar, che nel frattempo stava chiudendo. Quando è ritornato con l’auto ho visto subito che era nervoso. Poi siamo arrivati a casa. Lui era molto agitato e ha detto che voleva prendere la sua roba, cioè dei vestiti. Io gli ho risposto che quelli erano gli abiti di mio marito, ma che poteva portarseli via».
È in quel momento che Mattarelli si scaglia sulla zia. Prima con schiaffi e pugni in faccia, poi tentando di strozzarla e soffocarla con la coperta, una trapunta piegata in quattro. «Non respiravo... gridavo aiuto. Ma lui premeva». Un vicino, probabilmente un inquilino del palazzo di fronte, chiama la Polizia. La pattuglia piomba sul posto nel giro di qualche minuto. Gli agenti bussano con forza urlando: «Polizia! Polizia!».
«Quando mio nipote ha sentito bussare e urlare, si è fermato di colpo. Allora io mi sono liberata dalla stretta e con la forza della disperazione mi sono fiondata alla porta per aprire. Gli agenti si sono precipitati dentro per bloccarlo e arrestarlo. Lui era come una bestia. Mentre lo portavano via trascinandolo mi ha guardato gridandomi minaccioso: “Putt... ! Putt...! Putt...!”».
L’anziana ora ha paura. Teme la vendetta del nipote quando uscirà dalla prigione. «Ho bisogno di essere protetta. Comunque vorrei ringraziare pubblicamente la Polizia, ma anche il vicino che l’ha chiamata. Lui e gli agenti mi hanno salvato la vita». —
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