L’ultima messa di don Gamberoni: dopo 56 anni lascia Trieste

Il canonico del Capitolo di San Giusto celebrerà l’ultima messa di commiato a Sant’Antonio Vecchio. Ora tornerà nel Varesotto: «Lì posso ancora sentirmi utile alla comunità»

Lorenzo Degrassi
Don Gamberoni
Don Gamberoni

Cinquantasei anni a Trieste, una vita sacerdotale intrecciata con le comunità della città e il legame con gli esuli istriani, fiumani e dalmati. Ora, per don Carlo Gamberoni, è arrivato il momento di tornare alle origini, nel Varesotto, dove sente di poter essere ancora utile.

Una decisione maturata non senza amarezza, dopo essersi sentito progressivamente messo ai margini del servizio pastorale. Venerdì 23 ottobre alle 18.30, nella chiesa della Beata Vergine del Soccorso, conosciuta come Sant’Antonio Vecchio, celebrerà la messa di commiato e di ringraziamento.

Canonico del Capitolo della cattedrale di San Giusto martire, Gamberoni è stato per tanti anni anche parroco della Beata Vergine del Soccorso e di San Lorenzo Martire a Servola.

La sua storia triestina comincia il 3 novembre 1970. Il giorno successivo al suo arrivo conobbe monsignor Antonio Santin, che si recò subito in seminario. Il 28 giugno 1975 fu proprio Santin a ordinarlo sacerdote: Gamberoni è l’ultimo presbitero triestino ad aver ricevuto l’ordinazione dal vescovo che, quello stesso giorno, presentò le dimissioni a Paolo VI dopo la proroga quinquennale del proprio ufficio. Gli anni della formazione furono anche quelli del primo incontro con le comunità cittadine.

I 50 anni di sacerdozio di don Carlo Gamberoni: fu ordinato da Santin nel giorno delle dimissioni
Don Carlo Gamberoni (Lasorte)

Da diacono affiancò Malnati a Sion, agli inizi dell’esperienza con cui il sacerdote stava dando vita alla nuova parrocchia. Dal 1970 al 1975, ogni giovedì, raggiungeva inoltre la chiesa di Sant’Agostino a Sottolongera, ricavata sotto un condominio, per fare catechismo ai bambini della prima comunione. Fu lì che celebrò la sua prima messa, anche in sloveno: una lingua che aveva cominciato a studiare appena arrivato a Trieste e che riuscì a imparare in pochi anni.

Il primo incarico da parroco fu a Servola, dal primo ottobre 1975 al 31 dicembre 1993. Dal gennaio 1994 passò alla Beata Vergine del Soccorso, dove rimase fino al 31 ottobre 2010. Una chiesa dalla storia particolare, dedicata in passato a San Francesco e poi a Sant’Antonio, diventata per decenni un punto di riferimento per gli istriani, tanto da essere conosciuta come la chiesa degli esuli. «Venivano soprattutto i piranesi e i fiumani, con don Piero Fonda. Erano anni belli e impegnativi».

Qui venivano anche una settantina di bambini della scuola materna di viale Terza Armata. Qui non mancarono gli interventi sulle strutture. Nel 2000 fece restaurare la casa parrocchiale di piazzetta Santa Lucia, grazie a un anticipo del vescovo Lorenzo Bellomi, restituito poco alla volta. Con il contributo del Fondo Trieste riuscì inoltre a recuperare il campanile. A Servola, invece, i debiti trovati da chi c’era prima di lui erano numerosi, ma: «La Provvidenza mi ha sempre aiutato».

«Ho sempre avuto fiducia nel prossimo». Nel suo percorso c’è stato spazio anche per il dialogo con la comunità slovena, con la quale afferma di aver mantenuto sempre ottimi rapporti, e per il legame con il santuario di Porzûs, dove ogni anno celebrava la messa alla Madonna, alla cui apparizione aveva dedicato alcuni libri.

A spiegare la scelta di lasciare Trieste, però, è soprattutto ciò che è accaduto dopo la fine degli incarichi da parroco. «Da quando sono andato in pensione sono stato confinato a celebrare ogni tanto una messa davanti a poche persone e mi sono sentito emarginato. A Varese, invece, sono ancora molto valorizzato: mi hanno affidato gruppi di persone da seguire».

La delusione si è accentuata negli ultimi mesi. «Quest’estate mi mandavano a celebrare messe un po’ in giro per la città, in pratica facevo da tappabuchi. Questa cosa mi ha rattristato molto».

Una situazione che lo ha portato a riconsiderare una possibilità già prospettata in passato. «Don Malnati mi aveva consigliato di andare a Varese fin da quando ero stato sollevato dal mio incarico, ma non avevo voluto ascoltarlo». Dopo oltre mezzo secolo a Trieste, per don Gamberoni la gratitudine resta, ma pesa anche la necessità di ritrovare altrove quello spazio pastorale che qui sente di aver perduto.

 

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