Un panino e un tè caldo per gli ultimi grazie agli “angeli” delle sere triestine

I volontari delle comunità di San Martino e Sant’Egidio si alternano per dare un aiuto a chi vive fra solitudine e difficoltà



Mentre il traffico scorre nella Trieste addobbata per Natale. Mentre si torna a casa, al caldo, per riabbracciare la propria famiglia dopo una giornata di lavoro: davanti alla sala Tripcovich o all’imbocco della ciclabile vicina alla stazione dei treni, dipende dai giorni, qualcun altro finalmente, quando d’inverno il sole è già tramontato da un po’, fa il suo primo pasto della giornata. È qui il ritrovo dei tanti disperati che non hanno un tetto. Oppure che ce l’hanno, ma che non hanno i soldi per mangiare. L’appuntamento è fisso: ogni sera, alle 18.30, i volontari delle comunità di Sant’Egidio, che hanno iniziato anche ad allargare il giro alla zona del Silos, e di San Martino al Campo, quella di don Mario Vatta, sono pronti a supportare gli “ultimi” con panino e tè. Pronti ad ascoltare i loro bisogni oppure per una semplice chiacchierata.

Alecu, Alexander, Giovanni e Paolo. E poi Alexia, Francesca, Natasha e Giulia. Sono alcuni dei nomi – fittizi, per il rispetto della loro privacy – delle persone – italiane, bulgare, romene, giapponesi, afgane, pachistane, siriane, africane, libanesi, giovani e anziane, ammazzate dalla crisi, obbligate a immigrare, appena uscite dal carcere, con problemi psichici o decise a vivere per strada – che vengono accolte da Giorgia, Alì, Allegra, Bruno, Marco, Tiziano, Mirella, Qendressa, Enrico, Paolo, Stefano, Giovanni, alcuni dei tantissimi “angeli” della notte di Trieste. Sono ex manager in pensione, avvocati, semplici studenti, giovani del servizio civile o persone di turno per assolvere agli obblighi dei lavori socialmente utili, che si prendono cura degli ultimi.

viaggio con San Martino

«Tutti sanno dove è il ritrovo all’imbocco della ciclabile», racconta, poco prima di fare il passaggio di consegne agli altri volontari, giovedì sera, suor Gaetana, responsabile dell’attività di distribuzione viveri e del Centro San Martino, che costa circa 100 mila euro l’anno per 8 mesi, a carico della Comunità, che attinge a elargizioni private, mentre per i quattro mesi del Piano emergenza freddo riceve un contributo dal Comune. «Prima andavamo in stazione, ma non ci è più permesso». Cinque sere alla settimana, dal 2004, i volontari portano i panini, tranne il mercoledì e il venerdì, quando si presenta la Sant’Egidio. Alecu, dal dormitorio di via Udine, prende il thermos del tè, una borsa dei panini, confezionati stando attenti anche alle esigenze delle persone musulmane, e si avvia. È ospite della comunità da un mese. Non ha più una casa. Ha male a una gamba, non riesce più a lavorare come piastrellista. Aveva anche una ditta tutta sua. «Ma va bene così», dice a chi lo vuole aiutare. Con lui ci sono i volontari Tiziano, manager in pensione, e Mirella, che questa sera è di turno in cucina. Da via Udine si va all’imbocco della ciclabile. Chi penserebbe mai, passando di lì, che il capannello di una decina di persone stia aspettando proprio loro per mangiare. Sono quelli che poi non verranno a dormire. Tornano a casa o forse vanno in qualche angolo nascosto a “pernottare”. Chi invece si presenterà nel dormitorio di via Udine – dove c’è anche il centro diurno (responsabile è Daniela Cerretti), che accoglie chiunque ed è finanziato attualmente fino a giugno dalla Fondazione CRTrieste, dove sono presenti anche medici e avvocati – usufruirà di uno dei 25 posti letto messi a disposizione a rotazione. Alle 19.30 inizia la registrazione, dopo essere passati per l’Help Centre della stazione. Qualcuno è fisso, come un ingegnere informatico. Passa per un controllo di routine anche la Polizia. Ogni volontario si prende cura di una o due persone per cercare di capire come levarle dalla strada. «Ci ho messo un anno per ricostruire la storia amministrativa di Paolo – racconta Tiziano, dopo aver fatto il briefing serale –. Non aveva documenti. Ma alla fine ce l’ho fatta». Dipende dal caso, come spiega Miriam Kornfeind, coordinatrice della comunità, ma spesso si riesce a mettere in piedi progetti d’integrazione.

LA SERATA CON SANT’EGIDIO

Alì è arrivato dal Pakistan in treno ancora quando era adolescente. Parla l’urdu e se la cava con l’inglese. Lavora e studia. Il venerdì, ma anche in altri giorni, dà una mano alla comunità di Sant’Egidio, unendosi pure al gruppo di coetanei universitari che si alternano all’altro gruppo di adulti del mercoledì per la distribuzione dei panini. Questo venerdì ci sono anche un po’ di dolcetti. I volti delle persone che vengono a mangiare sono in parte quelli del giorno prima. I ragazzi vanno poi all’Help centre. Giorgia, 22 anni, goriziana, si è affiancata alla Sant’Egidio da poco. L’aggancio è stato dopo aver vinto una borsa di studio dell’associazione Ananian: «Dare un panino mette il sorriso a queste persone. Fa pensare molto che un gesto così piccolo, faccia così tanto. Con loro chiacchieri, li ascolti, senza fare più di tante domande». Poi c’è Marco, anche lui 22 anni, frequenta il Dams di Gorizia. Da due anni porta i panini. Si è avvicinato alla Sant’Egidio cercando durante le superiori una storia da raccontare per il progetto “Il Piccolo in classe”. «Chi vuole – spiega – può anche venire in sede il sabato, offriamo vestiti, cibo e cure». Ci sono i medici, come Nico, in pensione: «Distribuiamo antidolorifici e antireumatici, che compriamo soli o ci vengono donati, a persone triestine diventate povere. O ai migranti, a cui eseguiamo anche delle medicazioni, che io chiamo “solidali”, perché quello di cui avrebbero bisogno sarebbe il riposo». —



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