Un “Piccolo” tutto da ridere letto dal Pupkin Kabarett

Spettacolo gratuito il 6 febbraio in Sala Tripcovich per i lettori del Piccolo (il coupon da presentare alla biglietteria reperibile dai prossimi giorni sul cartaceo), in occasione dei 130 anni del giornale. "Sarà il meglio del nostro repertorio" dice il capocomico Alessandro Mizzi

di Roberto Canziani

TRIESTE

Quelli del Pupkin Kabarett hanno spesso scherzato su certi titoli e articoli del “Piccolo”. Al quale il “cabaret più instabile d’Italia” dedica ora una serata intera, lunedì 6 febbraio alla Sala Tripcovich, nell’ambito delle celebrazioni per i 130 anni del quotidiano triestino.

«Sarà una serata per “Il Piccolo” - spiega Alessandro Mizzi - moltiplicheremo gli spunti dalla nostra speciale rassegna stampa. Sarà un regalo, e vogliamo prepararlo bene. Immaginatevi qualcosa come “The best of Pupkin”».

Una storia, la loro, che comincia a fianco di un film anni ’80 di Martin Scorsese, “Re per una notte”. Là Robert De Niro interpreta Rupert Pupkin, un aspirante comico che sequestra un comico affermato, Jerry Lewis, e gli estorce un quarto d’ora di celebrità in televisione.

«Quel comico sfigato ci faceva simpatia. Pupkin è un cognome d’origine polacca. Nessuna anglofilia quindi. Dà piuttosto l’idea di uno che viene dall’Est del mondo. Un po’ come noi. E poi Pupkin è simpatico ed esplosivo anche per il suono. Pronunciarlo ad alta voce sul palcoscenico ci aiuta spesso a regolare i livelli dei microfoni». Così la racconta Mizzi, ideatore e fondatore assieme a Stefano Dongetti del Kabarett che monopolizza a settimane alterne i lunedì del Teatro Miela.

Le origini di Pupkin si perdono nella notte dei tempi. O almeno nelle notti di un decennio fa, quando trentenni, provenendo da esperienze teatrali l’uno, da studi cinematografici l’altro, Mizzi e Dongetti scoprono che a Trieste manca qualcosa («un luogo d’incontro spontaneo, uno spazio dove artisti e pubblico si possano incrociare: volevamo far esibire musicisti in transito, attori in tournée, amici artisti che avessero voglia e una serata libera»). Il desiderio incontra la necessità, perché sono gli anni in cui l’attività del Miela è messa in pericolo da un’ingiunzione di sfratto dall’amministrazione provinciale di allora, che ne fa una questione politica. E il Kabarett del lunedì cresce allora come un «piccolo gesto di resistenza culturale».

Serata dopo serata, mese dopo mese, allarga i propri comparti, lancia personaggi nuovi, si assicura un partenariato musicale, e crea un format originale. Oggi il gruppo, oltre a Dongetti e Mizzi, comprende Laura Bussani, Massimo Sangermano, Ivan Zerbinati, più un altro gruppo che si occupa delle musiche: la Niente Band di Riccardo Morpurgo al piano, Flavio Davanzo tromba, Stefano Bembi fisarmonica, Piero Purini sax, Luca Colussi batteria e Andrea Zullian, basso e contrabbasso. Il tutto mixato in due ore e passa di serata, ogni due lunedì alle 21.21, ora d’inizio dopo la quale grilli parlanti, filosofi sconfortati, vallette etniche, commentatori castigamatti, si alternano su moduli da stand-up comedian, finestre di coppia, velenose rassegne stampa.

«Fanno il cabaret come lo intendo io: un luogo che, più che una trovata seriale di tre minuti con battute-tormentone, é una palestra di originalità e di follia, dal gusto mitteleuropeo». Sono le parole con cui Paolo Rossi, il comico pop, incorona gli amici del Pupkin.

Lo stesso Rossi che vi ha paragonati ad Aykroyd e Belushi.

«Io, cioè Mizzi, sarei Dan Aykroyd, quello più serio. Dongetti dovrebbe essere John Belushi, più strampalato. Ma la dinamica di coppia non è così marcata. Pupkin Kabarett conta piuttosto sul lavoro di gruppo e su molti effetti collaterali. Non ci sono solo le serate del lunedì: abbiamo in magazzino spettacoli come quello realizzato con Rossi, “I giocatori”, poi c’è “Tingeltanz”, c’è il nostro “Saturday Live Strauss”, e in rete si possono seguire le ministorie di “Piante grasse”. Sei puntate, un minuto e mezzo ciascuna».

Però il lunedì regala le scariche di adrenalina più forti.

«Il 50% è fatto di preparazione, il restante 50% di improvvisazione. Così certe serate riescono meglio di altre. Ed è solo quando termina, che capiamo come lo spettacolo si sarebbe dovuto fare. Ma è inutile: la volta successiva dovremo presentarci con nuovi personaggi, nuovi argomenti, nuove situazioni».

Quanto ci vuole per preparare una serata Pupkin?

«Ci ritroviamo assieme sette giorni prima. Ognuno propone qualcosa, decidiamo come scrivere, come montare, come far intervenire la musica. Ma è il giorno stesso dello spettacolo, nelle 4 ore che precedono l’inizio, che tutto deve andare a posto. Sempre sul filo del rasoio, sempre con la convinzione di avere poco materiale. Finisce, invece, che sforiamo le due ore. Per la serata del 6 febbraio abbiamo promesso di contenerci».

Ormai nessuno può inventare niente.

«Non ci sentiamo gli eredi del cabaret modello Zelig, anche se quella è un’esperienza che abbiamo fatto. Il nostro, piuttosto, è un format televisivo senza telecamere: una conduzione, un’orchestra, una valletta, ma di particolare talento, le rubriche, l’intervento degli ospiti».

Ospiti, amici, maestri… a molti fa piacere dare il proprio contributo a Pupkin.

«Antonio Cornacchione ci ha visti una volta e ci ha detto: vengo volentieri a fare qualcosa. E così Bebo Storti, Vinicio Capossela, Vitaliano Trevisan, Emanuela Grimalda. Tanti, oltre a Rossi, che per noi è un maestro sì, ma anche un compagno di giochi».

Dicono che abbia intenzione di fare cinema con voi.

«Niente di definito. Paolo ha un progetto cinematografico e dice di volerci coinvolgere. Gli piacerebbe girare alcune parti del film a Trieste».

In rete lo si sente cantare “La vita xè un bidon”, come Angelo Cecchelin.

«Cecchelin resta per me e Dongetti un punto di riferimento importante. Con lui, condividiamo i quattro pilastri della vita e pensiamo che abbia fatto un grande lavoro, e che la città non si sia comportata bene nei suoi confronti».

La città. Voi la vedete negli occhi degli spettatori.

«La conformazione architettonica del Miela ci fa vedere poco. C’era una dimensione conviviale, quasi di famiglia, quando ci esibivamo nella sala piccola. Con il pubblico, ci guardavamo in faccia. Adesso, dal palcoscenico della sala grande, si intravedono solo le prime due o tre file. Il nostro pubblico lo conosciamo attraverso Facebook. O per strada, quando ci fermano, ci incitano, ci fanno i complimenti».

Il più prezioso, tra questi complimenti.

«Un tipo che ci ha detto: venire al Pupkin ti dà l’impressione che anche a Trieste succeda qualcosa. Da stampare».

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