Una sfida per Trieste

Per essere protagonista del futuro la città deve uscire dal mito e ripartire dalla realtà
Ci sono città che fanno parecchio e lo fanno a voce altissima così che quel parecchio agli occhi dell'opinione pubblica diventa molto: è il caso di Milano oppure di Roma. Ci sono altre città che analogamente fanno parecchio e tuttavia lo fanno a bassa voce, un po' per pudore, un po' per carattere, un po' per scaramanzia: è sicuramente il caso di Genova. Altre città infine fanno pochino ma ad altissima voce e talvolta quel pochino subisce una deformazione e agli occhi di chi lo racconta diventa molto anzi moltissimo. Come mi è già capitato di dire in altri momenti, Trieste - in particolare negli ultimi tempi - mi è sembrata appartenere a quest'ultima categoria: quasi che l'involucro di parole compensasse una più strutturale debolezza.


Quasi che l'aggettivazione forte, supplisse ad un deficit di energia e a un'identità precaria. Non si tratta solo di propaganda politica o di sapiente marketing di quel poco che si è fatto: le parole in realtà coprono una paura e un desiderio: la paura del futuro e il desiderio di addomesticarlo richiamandosi a funzioni e virtù che - nei termini in cui operarono - appartengono al passato. Il futuro tuttavia non si fa addomesticare facilmente e all'improvviso, un particolare evento che si verifica, una determinata congiuntura sfavorevole o il richiamo di una persona lungimirante ma schietta, spazzano via le parole e la città è costretta a guardarsi, a chiedersi effettivamente su quali forze può contare.


La riunione del G8 dedicato ai temi dell'educazione, della ricerca e dell'innovazione legati allo sviluppo sostenibile è uno di questi momenti. Lo è naturalmente sul piano simbolico e lo è per tre essenziali motivi. In primo luogo perché - questo i triestini dovrebbero metterselo bene in testa - non era affatto scontato che il governo dovesse far cadere la sua scelta sulla nostra città, (come cantava Guccini ”di possibilità ce ne son tante”). Facendolo ha fatto trasparire una chiara intenzionalità, quasi volesse sottolineare che la città è effettivamente cara al cuore di tutti gli italiani e che per questa città il paese intravede un ruolo, un frammento di futuro. In secondo luogo perché Trieste, sotto il profilo della ricerca scientifica e della formazione, effettivamente già gode di una dotazione di eccellenza.


In terzo luogo perché a Trieste si incontrano il lembo estremo del Mediterraneo e l'Europa centro-orientale: la città è un luogo di confluenze. È sufficiente questa fortunata e ritrovata combinazione perché il rilancio avvenga? I fattori in campo indurrebbero a pensare che ciò possa accadere, il buon senso e un amaro amore per la città invitano ad essere più cauti. Alla fine sarà decisivo il fattore umano ed è proprio questo che induce e maggiori perplessità. Per ri-partire sarebbe infatti necessario liberarsi delle parole: meno crocevia, meno visione, meno cosmopolitismo, meno innovazione, meno waterfront, meno contenitori, insomma meno di tutto ciò che ha il sapore della retorica e che avvelena quotidianamente le fonti del tempo che verrà. Chi governa la città, chi la prenderà in mano domani, noi tutti che ci viviamo dovremmo pensare ad un futuro moderato: come se si trattasse di un'azienda che si vuol far crescere del 10% in un anno e non una realtà di cui si desidera raddoppiare il fatturato.


Dovremmo umilmente rileggere i passi più recenti e trovare le motivazioni profonde di determinati fallimenti (l'expo ad esempio) per evitare di riscivolare nel tunnel di aspirazioni che non sono sostenute da sufficienti energie. Dovremmo correre il rischio più grosso, quello della contaminazione, dell'incontro con altri più giovani e naturalmente rumorosi e disordinati portatori di forza: gente che viene dal sud e dall'est, dai Balcani e dall'Europa Centrale. Infine dovremmo ri-muovere l'immagine cristallizzata del passato e riflettere sul fatto che Trieste oggi è una piccola città, che al trend demografico corrente, rischia di perdere trentamila abitanti nei prossimi quindici anni. Insomma dovremmo tutti uscire dal mito e ripartire dalla realtà, che sarà pure angosciosa ma ha il pregio di essere trasformabile.

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