UNO SCHIAFFO AI PARTITI

Chi davvero vuole almeno un ricambio d'aria a Palazzo, firmi adesso o taccia per sempre. Perché i banchetti della raccolta sono diventati l'ultima trincea contro un sistema che a prescindere dalle appartenenze di schieramento ha un solo obiettivo: conservare se stesso. La prova è sotto gli occhi di tutti: da destra a sinistra, l'attuale legge elettorale a parole è giudicata pessima; ma un'intesa così larga non riesce a produrre un'alternativa. Come mai? Elementare: perché a un'ampia maggioranza trasversale va bene così. I motivi sono sostanzialmente due. Primo.


Il "porcellum", in italiano porcata, scodellato dal centrodestra per le elezioni di un anno fa, non era rivolto tanto a impedire la vittoria dell'avversario (che salvo Berlusconi tutti davano per scontata), quanto a metterlo in condizione di non governare. Strategia peraltro miope ma soprattutto stupida, perché destinata a ricadere su chi l'ha elaborata: se tornerà subito alle urne come vorrebbe e farà sua la partita, il Cavaliere se ne accorgerà dal giorno dopo. Secondo. Agli apparati che hanno occupato i partiti fa comodo un sistema che, tra liste bloccate e candidature multiple, consente di decidere nel chiuso di poche stanze chi deve andare a sedersi in Parlamento: alla faccia delle pesanti critiche mosse a suo tempo, il centrosinistra nel momento di fare le liste ne ha approfittato quanto il centrodestra.


In un Paese dove è importante impedire agli altri di fare, e dove esiste il ceto politico con meno ricambio al mondo, la legge elettorale in vigore è l'ideale, perché garantisce la supremazia dell'istinto di sopravvivenza sulla capacità di innovazione. Responsabili di questo blocco non sono i partiti come istituzione, ma quello che sono diventati. In Italia se ne contano, a oggi (domani è un altro giorno) 74, 11 dei quali al governo: quanti i giocatori di una squadra di calcio, ma questi giocano a farsi autogol anziché segnare all'avversario. Ognuno dei due schieramenti ha le sue diaspore: se a sinistra dei Ds ci sono già quattro sigle e una quantità imprecisata di costituenti, a destra di An la fresca dipartita di Storace ha portato a cinque i gruppi dissidenti; e non sta meglio il centro, dove dal pianetino dell'Udc si sono distaccati tre asteroidi.


Peggio ancora, in Parlamento sta mettendo radice il grottesco fenomeno degli "one man party", gruppi fatti di una sola persona: per ora sono tre, De Gregorio, Turigliatto e Follini, ma sono mode che fanno presto a prendere piede. Il peggio è che questo sistema costa in misura inversamente proporzionale a quanto rappresenta e a quanto produce. Attualmente i partiti hanno 2.376.285 iscritti, a fronte di 49.543.000 elettori: come dire cinque tesserati ogni cento aventi diritti al voto, decisamente pochino. Uno studio dell'università Bocconi di Milano condotto da Bardi, Ignazi e Massari dimostra che negli ultimi 15 anni essi sono dimagriti nel consenso e nel radicamento nel territorio, ma non negli apparati, che non sono certo meno costosi di prima. Se stanno in piedi, è grazie al fatto di utilizzare lo Stato come un bancomat: nel 1993 un referendum aveva abrogato il finanziamento pubblico ai partiti; sei anni dopo una legge malandrina ha rimediato al guasto garantendo loro rimborsi elettorali fino a otto volte superiori alla spesa effettiva sostenuta.


Con questo meccanismo (pagato dai cittadini) i partiti coprono oggi il 90 per cento dei loro bilanci, eppure hanno ancora i conti in rosso. Non basta: i loro dirigenti hanno finito per coincidere con gli eletti nei vari livelli, a cominciare dal Parlamento, il che consente loro di utilizzare risorse, strumenti e personale delle istituzioni. E i loro apparati centrali hanno da tempo svuotato i rispettivi organi collettivi e soprattutto le basi territoriali, imponendo dall'alto le decisioni che contano: come, per restare in tema, la scelta degli uomini e delle donne che siedono oggi tra Camera e Senato. Ecco perché bisogna andare a firmare per il referendum. Lo sappiamo già: non solo non è la soluzione ideale, ma quasi certamente succederà come a inizio anni Novanta.


Se vinceranno i referendari, il sistema reagirà truccando le carte, come ha fatto con il maggioritario di allora, e garantendosi un altro scampolo di eternità: un po' grazie a un'altra legge malandrina, un po' approfittando del lassismo e delle furbate dei regolamenti parlamentari. Ma non è un buon motivo per cedere il campo ai signorotti degli apparati, già prepotenti di loro. E soprattutto, c'è un diritto-dovere di cittadinanza da esercitare: almeno non essere complici di Caligola quando vorrà nominare senatore il suo cavallo.

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