Varotto accecato dal “no” alla vigilia del matrimonio

Claudio e Rosina vivevano assieme da 10 anni e lunedì, alle 12 in punto, si sarebbero dovuti sposare a Staranzano, nella sala rotonda del Municipio. Si trattava per entrambi di seconde nozze, meditate ma volute. E poi un rinfresco, con figli e nipoti al seguito. Tutto pronto. Rosina non aveva mai avuto, almeno in apparenza, alcun ripensamento. E nemmeno il suo compagno Claudio Varotto, per tutti Caio in paese. Il loro matrimonio era stato confermato, il banchetto nuziale già prenotato. Ai familiari, con entusiasmo, la coppia aveva chiesto di prender parte al giorno di gioia. E l’invito, 24 ore prima di finire morta ammazzata sul pavimento della cucina, trafitta dalle coltellate, lo aveva fatto proprio Rosina ad Andrea, figlio di Caio. «Vieni, dai, ci sarà anche il rinfresco», gli aveva detto martedì pomeriggio, durante una visita in casa.
Ma poi, il giorno seguente, qualcosa dentro quella casa si era incrinato. Un litigio, forse una parola di troppo. La minaccia di Rosina, «Non ti sposo, ti lascio», è diventata la miccia della violenza. Caio ha impugnato la lama e neppure il sentimento gli ha impedito di infliggere alla sua promessa sposa una decina di pugnalate. La paura di restare malato e solo ha avuto il sopravvento.
Staranzano ora è sotto choc. «Quando i carabinieri mi hanno comunicato la notizia della tragedia – riferisce il sindaco Lorenzo Presot – avevo le partecipazioni della coppia sulla mia scrivania». Sconvolto anche il vice Diego Moretti: a lui sarebbe toccato, lunedì, unire la coppia in matrimonio civile. «Vent’anni fa – spiega – avevo conosciuto Claudio sui campi di calcio: per un anno e mezzo, attorno al ’91, quando ancora giocavo a pallone, era anche stato dirigente e massaggiatore. Lo ricordo come un uomo tranquillo, di poche parole ma comprensivo, non l’ho mai visto arrabbiarsi. Negli ultimi tempi l’avevo perso di vista, ogni tanto un “ciao, come va?”, ma nulla di più. Ero al corrente delle sue condizioni di salute, però non mi sarei mai immaginato che tutto questo potesse accadere. Me lo spiego solo con un raptus, uno scatto d’ira. Amareggia che, ancora una volta, ci si trova di fronte all’ennesima vittima donna, in Italia».
Sgomento pure da parte di un ex collega di Claudio, Mauro Regolin: «Io lavoravo come impiegato, Caio faceva il trasportatore di tronchi per la Cartiera: dopo un’occupazione in gioventù al cantiere, lui aveva fatto domanda per entrare in porto nell’84. So che qualche anno fa, beneficiando dei prepensionamenti da amianto, se n’era andato e ogni tanto lo incrociavo in paese. Frequentava le Acli e le bocce, ma nell’ultimo anno non l’ho mai visto. Lo ricordo come una persona calma e tranquilla, buona come il pane: scavalcava una mosca, pur di non schiacciarla. Sono rimasto malissimo».
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