VENDERE L’ORO SERVE A POCO

L’affermazione del portavoce della Commissione europea secondo il quale solo la Banca centrale europea può decidere sull'utilizzo delle riserve auree delle banche che la compongono dovrebbe chiudere la polemica sull'oro della Banca d'Italia. Le dichiarazioni di Prodi al riguardo erano state da molti interpretate come un desiderio del governo di mettere le mani sul tesoro dell'ex-istituto di emissione per ridurre il preoccupante debito pubblico. Secondo altri, invece, si trattava di un modo leggero di non contraddire una risoluzione approvata dalla Camera che auspica un’approfondita analisi del patrimonio dello Stato in vista di possibili alienazioni.


Non è, infatti, immaginabile che il primo ministro ignorasse che esiste un accordo tra le principali banche centrali del mondo che limita le vendite di oro dalle stesse detenute a non cedere tra tutte loro più di 500 tonnellate d'oro in un quinquennio. Purtroppo, essendone già state vendute 350, se anche si potesse ottenere il consenso necessario, i proventi - come ha chiaramente sottolineato il sen. Dini, - al massimo inciderebbero per uno 0,07 % del Prodotto nazionale lordo. Mentre il debito pubblico è pari al 107% dello stesso. In altri termini una riduzione insignificante. È, per altro, possibile una diversa interpretazione e probabilmente più realistica delle dichiarazioni di Prodi: ha ammesso che si possa discutere della possibile vendita delle riserve auree della Banca d'Italia perché un evento del genere suscita senza ombra di dubbio preoccupazione nell'opinione pubblica.


Serve, quindi, a sottolineare l'urgenza di porre mano ad una sostanziale riduzione del debito pubblico e aiuta a vincere le resistenze di quanti si oppongono alla cessione di beni dello Stato per tale scopo. Perché da qualche anno a questa parte l'Italia, che negli anni 90 aveva raggiunto un primato in tale campo, di privatizzazioni vere non sta più facendo. Basta pensare all'opposizione contro quella parziale della Fincantieri che non serve a ridurre i debiti, ma a rafforzare lo sviluppo dell'azienda,per rendersi conto degli ostacoli politici ad operazioni del genere. Sarebbero, invece, estremamente necessarie perché non è pensabile di riuscire a tagliare in misura sostanziale il debito pubblico solo riducendo la spesa corrente. Per quanti sprechi (e sono tanti) si riescano ad eliminare e per quanti tagli si riescano a fare, sarebbe un notevole successo se si ottenesse da questa fonte un uno o al massimo due percento del Pnl da destinare alla riduzione del debito.


Di tale passo l'obiettivo di un debito non superiore al 60% del PNL, che è l'obiettivo del trattato di Maastricht, è lontano decenni. E non si deve dimenticare che tale traguardo è importante non tanto perché è un obbligo esterno, ma perché è un peso di cui poco ci si rende conto. Ogni anno si spendono dai 60 ai 70 miliardi di euro di interessi e,con la giusta politica della Banca Centrale Europea di lotta all'inflazione, il pericolo è che tendano a crescere se non si provvede. Non si tratta, cioè, solo di un onere che si trasmette alle generazioni future, ma di un peso che già oggi tutti sopportiamo. Ovviamente tanto le privatizzazioni delle imprese, quanto le vendite di beni patrimoniali vanno messe in cantiere facendo tesoro delle esperienze compiute negli anni 90 e degli errori che in quel periodo si sono verificati.


Per fare un solo esempio, ad evitare il ripetersi di situazioni tipo Telecom Italia, sarebbe opportuno porre dei rigorosi vincoli al possibile indebitamento a carico della stessa società. Analogamente bisogna dare retta a quanto dice la Cancelliera tedesca Merckel e trovare in Europa regole comuni sulle acquisizioni di nostre imprese da parte di fondi posseduti da Stati sovrani ( leggi Russia e Cina). In sostanza la discussione in corso sulla vendita dell'oro della Banca d'Italia potrebbe essere non un semplice riempitivo per un mese d'agosto che noi italiani preferiamo dedicare alle vacanze,ma una buona occasione per ragionare su uno dei nostri più gravi problemi, quello dell'enorme debito pubblico, e che tendiamo troppo spesso a dimenticare.

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