WALTER E LO SCALONE
Da un po' di tempo gli scenari che il governo Prodi presenta all'attenzione degli italiani sono due e ben diversi fra loro. Un giorno si annuncia come imminente la firma di un accordo con i sindacati per abolire il cosiddetto scalone di Maroni. Cioè per impedire che dal prossimo primo di gennaio non si possa andare in pensione senza aver compiuto sessant'anni. Il giorno dopo, o addirittura poche ore più tardi, dopo che qualche esponente del governo ha protestato al riguardo, si apre l'altro scenario: si decide di ridiscutere, di riparlarne, si rinvia insomma una decisione che sembrava già presa.
In realtà quest'ultimo è un vecchio scenario della politica italiana; è molto familiare quanto meno a chi ha qualche capello grigio in testa. Rimandare le decisioni, decidere di non decidere era una prassi non insolita nei governi di coalizione retti dalla Democrazia Cristiana. Il più delle volte poi, quando una decisione bisognava pur prenderla, essa assomigliava a un pateracchio. Può darsi che alla fine anche Prodi un pateracchio riesca a metterlo assieme (fra l'altro qualcuno si è già profilato). Ormai non c'è alcun mistero infatti che la sopravvivenza del governo Prodi è legata al rapporto, diretto ed esclusivo, non sottoposto a mediazioni altrui, che egli ha stabilito con le componenti più radicali della sua maggioranza: Rifondazione comunista, i Comunisti italiani e i verdi.
Fino ad ora però questo rapporto non ha sostanzialmente pagato a favore di costoro (se si eccettuano le poltrone concesse a loro favore). Sono due i modi per renderlo pagante, due riforme cioè, quella della legge Biagi e quella della legge Maroni. La prima la si è lasciata stare perché anche i suoi più feroci oppositori sembrano aver accettato l'idea che grazie ad essa la disoccupazione si è comunque ridotta. Quindi non resta che mettere le mani sull'altra. Se non lo fa, Prodi va a casa: i minacciati scossoni del centro-destra non gli hanno fatto né fresco né caldo, ma i minacciati scossoni di Bertinotti, Diliberto e compagni sì, eccome. Per di più, a spingere Prodi in questa direzione, è il fatto che costoro giocano anche una partita in casa: sono attualmente in competizione con i sindacati per stabilire chi potrà menar vanto di aver raccolto il risultato migliore.
A dire il vero, proteste all'interno del centro-sinistra non sono mancate negli ultimi giorni. La più fragorosa è stata quella di D'Alema, personaggio al quale va riconosciuto che il coraggio non manca, cosa che lo rende in qualche misura eccezionale all'interno del panorama politico di casa nostra. Egli infatti la sua protesta è andata a farla, per così dire, nella tana del lupo, a un meeting sindacale. Staremo dunque a vedere se Prodi riuscirà a dare qualcosa a ciascun pezzo della propria maggioranza, se cioè dietro al probabile pateracchio i critici dimenticheranno di aver fatto i critici. Ma anche se il pateracchio venisse fuori, la prospettiva di sopravvivenza di Prodi da qui al 2011 non sarebbe comunque assai incoraggiante. Ecco che al riguardo si pone un'altra questione, di gran lunga la più importante rispetto a quelle che si sono fin qui indicate.
Sul tema delle pensioni verrebbe da dire che al fragoroso intervento di D'Alema si è accompagnato un altrettanto fragoroso silenzio da parte di Veltroni, di colui cioè che pochi giorni fa si è investito -il termine appropriato è questo anche se ha qualcosa di medievale- leader del partito democratico. Prima a Torino e poi a Padova Veltroni ci ha raccontato tante belle cose. Ci ha spiegato cosa deve essere la politica: nobile, disinteressata, entusiasmante. Ci ha detto che non si devono pagare troppe tasse, che si devono snellire gli apparati burocratici, che si deve riconoscere il merito e la competenza, e tante altre cose ancora. Il verbo che più lo si sentito citare è il verbo dovere, un verbo che non dovrebbe mai stare nella bocca dei politici: governare è decidere e tranne che in pochissimi casi le decisioni non riguardano ciò che si deve fare ma ciò che si può fare. Ecco dunque quello che Veltroni farebbe bene a spiegarci: se si può fare la riforma della legge Maroni o se non la si può fare.
Prendere una posizione al riguardo farebbe, più di qualsiasi altra dichiarazione, la massima chiarezza sul suo futuro: in quanto leader del partito democratico e probabilmente anche prossimo leader della coalizione di centro-sinistra. Farebbe cioè capire se egli vuole agire sulla falsariga di Prodi, continuando cioè a far salire nella barca del centro-sinistra tutta la componente estrema, o inventarsi qualcosa di altro. Fino ad ora i numeri (dei sondaggi) non lo spingono certo nella seconda direzione. Il partito democratico è accreditato di un 25% di consensi, il fattore Veltroni aggiungerebbe un altro 10%. Sommando però arriviamo al 35% che -anche con qualche miracolo che può sempre arrivare- è un bel po' distante dal 51% che serve per governare.
Parafrasando Nanni Moretti, verrebbe da concludere con un: forza, Walter, dicci qualcosa sullo scalone. Quella volta l'invito è caduto nel vuoto, e sorte non diversa è facile che abbia questo nuovo invito. Se dunque il Walter nazionale starà zitto, vuol dire che per il prossimo futuro al mercato il partito democratico non saprà offrire altra musica rispetto a quella che ci ha dato da quando Prodi è sceso in campo.
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