Addio allo scrittore del Mediterraneo voce del mondo “ex”

ZAGABRIA. Addio a Predrag Matvejevi„. Lo scrittore è morto dopo lunga malattia a Zagabria, aveva 84 anni. Nato a Mostar, aveva insegnato Slavistica alla Sapienza di Roma. Premio Strega Europeo era candidato al Nobel della letteratura. Indimenticabili i suoi articoli per “Il Piccolo”.
di ALESSANDRO MEZZENA LONA
Gli esuli, gli sradicati, i senza patria, Predrag Matvejevi„ li capiva bene. Perché lui stesso riconosceva che la sua identità era «complessa, stratificata, atipica». Lo aveva ammesso in un articolo dal titolo “Io esule volontario e le foibe”, pubblicato da “Il Piccolo” nel 2005. Un testo lucido, tagliente, pieno di umanità. Com’era lo scrittore nato a Mostar nel 1932.
Sulla sua carta d’identità avrebbe voluto la scritta: cittadino europeo. E come si poteva dargli torto, visto che era di «madre croata e cattolica di provenienza bosniaco-erzegovese, di padre ortodosso nato in Ucraina ma di lingua russa e francese»? Se non bastasse, si può aggiungere che era cresciuto nella Jugoslavia che predicava la fratellanza tra i popoli, e poi mandava i comunisti «cominformisti» a morire nell’inferno di Goli Otok. E che si era trovato sul banco degli imputati, in Croazia, quando il sogno di Tito era tramontato in una serie di guerre combattute con odio feroce. Per aver osato dire che non era opportuno archiviare il comunismo e poi far rivivere i fantasmi del nazionalismo, le nostalgie per gli ustascia di Ante Paveli„.
Concetto, peraltro, espresso più volte quando gli chiedevano come giudicasse le vendette seguite alla Seconda guerra mondiale in questo lembo l’Europa. «Le foibe sono state un crimine grave e quelli che lo hanno compiuto meritano una condanna severa - rispondeva -. Ma per la dignità di questo dolore corale, così come per amore di verità, bisogna dire che questo delitto è stato preparato e anticipato da altri, che forse non sono sempre meno colpevoli».
Le verità precotte, roboanti, dettate dall’opportunismo, non piacevano a Predrag Matvejevi„. Docente di Letteratura francese all'Università di Zagabria, e più tardi di Letterature comparate alla Nuova Sorbona-Parigi III, lo scrittore se n’era andato a vivere in Francia nel 1991 perché sentiva stringersi attorno a lui i lacci di un regime ormai moribondo. Dal 1994 al 2008 si era trasferito in Italia, assumendo la presidenza del Laboratorio Mediterraneo di Napoli. Entrando a far parte del gruppo dei saggi chiamati da Romano Prodi ad affiancarlo quando era presidente della Commissione Europea.
Proprio all’inizio degli anni ’90, lo scrittore di Mostar aveva conquistato i lettori più esigenti con un libro straordinario. Quel “Breviario mediterraneo” definito da Claudio Magris «geniale, fulminante, inatteso». Un saggio poetico, o poema in prosa, in cui ripercorreva il lungo divenire della cultura che ha tenuto legati tra loro per secoli i popoli che si affacciano sul Mare Nostrum. Nel 1992 era arrivato l’«Epistolario dell’altra Europa». Un saggio scomodo, costruito su una serie di lettere scritte ai principali dissidenti dell’Europa centro-orientale: dal fisico Andrej Sacharov al poeta morto nei gulag Osip Mandel’štam, dal futuro presidente ceco Vaclav Havel al Premio Nobel per la letteratura Aleksander Solženicyn. Un coraggioso ragionare attorno ai temi del Potere, a quanto gli intellettuali finiscano sempre per essere voci fuori dal coro.
Con lui, sulla scia di quei libri, aveva preso forma uno sguardo critico sui regimi che fingono di rispettare i diritti dell’uomo, per poi agire con pugno di ferro nei confronti di chi non sta alle regole. “Democrature”, così le aveva chiamate, ancora più inquietanti delle vecchie dittature. Soggetti ibridi in un mondo che galoppava verso la globalizzazione. Consegnandosi prigioniero volontario a ben altri, e più sofisticati, sistemi di controllo.
Proclamato ufficialmente “dissidente” in una Jugoslavia che si stava ormai sfasciando, lo scrittore era andato dritto per la sua strada. Stigmatizzando con lucidità il “mondo ex”, che costringeva lui stesso, e tutti quelli che loro malgrado si trovavano sradicati, a vivere una condizione di perenne e precario equilibrio. “Tra asilo ed esilio”, titolo dato a un suo saggio uscito in Italia nel 1998.
Prima di lasciarsi vincere dalla malattia, aveva regalato ai lettori un libro bellissimo: “Pane nostro”. Dove trovava il modo per dimostrare l’inutilità dei confini, delle faide nazionali, delle divisioni razziali. Raccontando il cibo più semplice del mondo.
alemezlo
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