Tra Nepal e Kashmir, due libri milanesi alla scoperta dell'Oriente
Biondi e Arosio, il thriller tra le nevrosi milanesi e il diario di viaggio nella guerra civile in Kashmir

In queste giornate di caldo estivo, l'esausto “armchair traveller” può trovare ideale ristoro sulle pendici dell'Himalaya - tra le strade di Kathmandu o di Srinagar nel Kashmir - nelle pagine di due libri diversissimi tra loro, seppur con elementi affini.
Gli eccessi con l’Aila
Gli autori sono entrambi milanesi doc. Il primo, Mario Biondi, classe 1939, scrittore, poeta, critico letterario, traduttore e narratore di viaggio, la cui passione più grande resta l'esotismo dell'Oriente, che ha visitato in tanti viaggi e il cui fascino rivive nelle pagine di "Ombre della mente” (pp. 201, euro 19), appena pubblicato da La Nave di Teseo. In questo suo ultimo romanzo ritroviamo personaggi familiari ai lettori dello scrittore meneghino, quali gli Olgiati Drezzo (protagonisti di “Gli occhi di una donna”, Premio Campiello 1985), o l'editrice Benedetta Cailler e Sal De Terlese, protagonisti di “La civetta sul comò” e “Due bellissime signore”. Non mancano neanche ammiccamenti a Leopold Bloom, impossibile dimenticare infatti che, sempre per La Nave di Teseo, Biondi ha pubblicato una davvero notevole traduzione dell’”Ulisse” di James Joyce.
Tutte figure che qui ruotano attorno al protagonista, un supponente e polemico informatico in pensione. Durante uno dei suoi frequenti viaggi nell'amata Kathmandu, Lucio Drezzo s'imbatte in una serie di laconici racconti autobiografici di un misterioso compatriota, Luca Olgiati, dato per scomparso in Nepal ormai da qualche mese. Naturalmente Benedetta Cailler non è solo una ex-cliente e amica di Lucio Drezzo, ma è anche (e non solo) l'editrice che pubblica le opere dell'Olgiati, dal quale attende un romanzo per cui ha già versato un anticipo. Tra le atmosfere rarefatte dell'Himalaya e le nevrosi milanesi, il romanzo si trasforma presto in un thriller in cui la filosofia orientale e la complessa teogonia delle divinità induiste e buddiste si fondono con cinica ironia in eccessi alcolici indotti da un incontrollato consumo di «una delle bevande più gustose del mondo», ovvero dell'Aila, tipico liquore nepalese a base di grano, riso o miglio, il cui grado di alcolicità (60%) può contribuire a produrre inquietanti sdoppiamenti di identità.
Tra inferno e paradiso
Il secondo autore che ci porta sul tetto del mondo è Enrico Arosio, classe 1957, giornalista, traduttore, germanista, studioso di cultura mitteleuropea, che ha ora pubblicato per le edizioni Ibis “Baci dal Kashmir. Il viaggio che avevo rimosso” (pp. 166, 16 euro). Sebbene l'ambientazione sia geograficamente poco lontana da quella del romanzo di Biondi, siamo distanti dalla “narrativa di invenzione”. Infatti questo libro è la cronaca di un viaggio in Kashmir che Enrico Arosio intraprese con sua moglie Miki nell'estate del 1993. Quella che doveva essere un vacanza di piacere, senza impegni professionali, dedicata solo alla scoperta di luoghi dalla sublime bellezza paesaggistica, di antichi templi induisti e famosi “floating gardens” sul Dal Lake, si trasforma fin dall'arrivo a Delhi in una sorta di viaggio tra l'inferno e il paradiso. Un viaggio rimosso, anche perché Arosio, all'epoca giornalista dell'Espresso, fa lo sbaglio di partire per una zona che non era semplicemente in crisi, ma che già si trovava nel pieno di una sanguinosa guerra civile che vedeva opposti i kashmiri mussulmani, la maggioranza etnico-religiosa del Paese, e «lo Stato centrale indiano rappresentato da un governatorato e da una minoranza induista residente». Sgomenta, la coppia arriva in una Srinagar semi deserta, dove vige il coprifuoco e il 90% delle attività turistiche commerciali sono chiuse per mancanza di clienti.
I pochi turisti che s'avventurano in quei luoghi sono regolarmente turlupinati da commercianti, albergatori e guide senza scrupoli. Grazie a figuri di questa sorta si trovano a passare un brutto quarto d'ora quando vengono assaliti da un gruppo di mujaheddin filo pakistani sulla via per Aru, a 2400 metri di quota presso Anantnag. Tutto bene quel che finisce bene, ma il ricordo di quell'incontro farà sì che anche la memoria dei paesaggi mozzafiato ai piedi dell'Himalaya sia stata rimossa per anni.
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