Adesso James Bond se la deve vedere con le spie della Rete

Un suggestivo e oscuro brindisi alla morte, una piazza popolata di sinistri personaggi mascherati da scheletri, un rutilante inseguimento dai tetti ai cieli di Città del Messico: è un piano sequenza mozzafiato ad aprire “Spectre”, atteso 24esimo capitolo della saga di James Bond, quarto – e con tutta probabilità ultimo – dell'”era bionda” segnata da Daniel Craig, secondo della rinascita e della rifondazione dell'icona bondiana - divenuta negli anni un po' appannata - grazie alla regia di Sam Mendes che, con “Skyfall”, ha saputo ridare smalto al mito gettando una nuova luce sulla personalità fin a quel momento troppo bidimensionale dell'agente con licenza di uccidere. Stavolta però, nonostante la dichiarata volontà del regista premio Oscar di rafforzare la nuova linea psicologico-introspettiva motore della “ripartenza”, “Spectre” registra comunque un nuovo cambio di passo rispetto all'ultimo capitolo, tirando il freno sullo scavo psicologico e andando a tavoletta con la spettacolarità e la magniloquenza del blockbuster d'azione lanciato al massimo.
Desideroso comunque di continuare a esplorare la personalità del leggendario personaggio di Ian Fleming in tutte le sfaccettature, Mendes lo mette ancor più in relazione con l'intera nuova generazione che popola MI6 a partire da M (Ralph Fiennes), Q (Ben Whishaw) e la nuova Moneypenny (Naomie Harris) incrementando la tessitura con l'inserimento di un nuovo personaggio, C ovvero Max Denbigh (Andrew Scott), nuovo capo del Centro per la Sicurezza Nazionale, che inizierà a mettere in dubbio il valore della sezione e a non poterne più delle scorribande da prima pagina di Bond.
Sospeso a tempo indeterminato per i guai causati a Mexico City il nostro, infatti, naviga tutt'altro che in buone acque, tanto che perfino la fiammante supercar pluriaccessoriata che lo attendeva nei sotterranei dell'organizzazione viene beffardamente riassegnata a 009. In realtà il progetto di demansionamento del povero 007 sarà più ampio e – vedremo - avrà il suo perché: se quello a doppio zero è un programma definito “preistorico”, C sta disegnando un futuro dove a controllare tutto sarà un'ambiziosa rete di intelligence globale connessa a un sistema di sorveglianza con droni, cimici e spionaggio online a fare il lavoro sporco. Nel frattempo l'organizzazione segreta del titolo decide che è giunto il momento di un'espansione aggressiva a colpi di farmaci tarocchi e bombe fatte brillare in luoghi sempre più strategici. Un'unica persona potrebbe avere la soluzione per risolvere l'enigma di chi si cela dietro a Spectre: Madeleine Swann, figlia del vecchio nemico di Bond Mr White (Léa Seydoux, unica effettiva Bond-girl, dal momento che la tanto strombazzata apparizione di Monica Bellucci è ridotta ai minimi termini). Già presente in sei film della saga, qui la sinistra organizzazione, nemesi storica bondiana, è rivista in chiave “21° secolo” in un intelligente compromesso tra tradizione e modernità, offrendo una galleria di villain parecchio riusciti dove spicca l'inquietante personaggio interpretato dal premio Oscar Christoph Waltz.
Grazie al sapiente lavoro dello scenografo Dennis Gassner e del pluripremiato direttore della fotografia Hoyte van Hoytema, la pellicola è dominata da un ventaglio di cromatismi usato espressivamente, dalla dominante nera ricca di chiaroscuri e giocata in un intrigante gioco di controluce alla riunione Spectre, al segmento montano, sulle cime innevate dell'Austria, imbastito su una scala di grigi e in generale su colori freddi, al contrario dei morbidi toni ocra di Tangeri dove la storia si avvierà verso la conclusione. Ma la parte del leone, dicevamo, spetta all'alto tasso di spettacolarità della pellicola, che dalla celebrazione del Giorno dei Morti del prologo agli inseguimenti sulle Alpi e attraverso il deserto è grandiosa, di ampio respiro, eclatante, sviluppata lungo cinque location principali con ognuna un esercito di stunt, generici e ore di lavoro di preparazione soprattutto per il largo uso di mezzi impiegati: un tripudio di elicotteri, treni, motoscafi senza dimenticare, naturalmente, la mitica Aston Martin, qui una DB10 a sette marce nipotina della capostipite del '64 di “Missione Goldfinger”, pietra miliare nel rapporto tra la serie cinematografica e la casa automobilistica a celebrare il 50° anniversario della loro collaborazione.
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