Andar per mare e allenarsi al distacco nell’esordio del matematico della Sissa

La pandemia ha portato alla (ri)scoperta, a scopo di consolazione o cura, di concetti presi da altre culture. Uno di questi è il senso buddista della impermanenza, secondo cui i fenomeni sono transitori, niente permane e pertanto bisogna allenarsi al distacco, perché l’attaccamento genera sofferenza. Non è un termine che si sposa facilmente con il nostro linguaggio occidentale, figlio di una mente che ha bisogno di dare connotati razionali al tempo, fermando gli eventi per rassicurare le nostre paure. Eppure capita a volte se ne trovino tracce, di questo monito all’impermanenza. O almeno è una delle letture possibili de ‘L’ultimo marinaio’, libro di esordio di Andrea Ricolfi (Garzanti, 156 pagg., euro 16.), giovane matematico torinese attualmente alla Sissa di Trieste.
Ma andiamo per ordine e cominciamo col dire che la vicenda si svolge sull’immaginaria isola di Noss, un piccolo scoglio di soli trecento abitanti in mezzo al mare della Norvegia. Qui vi trascorre la sua vita Matias, arrivato da bambino con la madre dopo l’improvvisa morte in mare del padre. A Matias è rimasta, unica eredità, una barca di legno costruita a mano, il Marlin. Chi va per mare sa quanto sia preziosa sia una barca in legno, oggetto complesso, difficile da costruire, un sistema di legni sapientemente sagomati che vanno a formare un insieme capace di galleggiare, muoversi sotto la spinta dei remi e della vela e durare nel tempo. Guidare una barca è un esercizio di equilibrio tra il vento e l’acqua, una pratica che va imparata con attenzione e Matias trova in Jonas, un ragazzo poco più grande di lui, il suo prezioso insegnante, che a poco a poco diventa un amico.
Matias pensava che sarebbe rimasto pochi anni sull’isola, invece, ormai adulto si trova a dirigere una scuola di vela, la Vinden hus, la Casa del vento. Qui, rispondendo a un annuncio della scuola che cercava nuovi insegnanti, giunge Tomas, “l’ultimo marinaio”. Così ricorderà un Matias ormai anziano il loro primo incontro: “Tomas sembrava scivolare sulla superficie terrestre con leggerezza. Evocava l’immagine in autunno si vede a volte quel turbinio di foglie cadute che, quando mosse dal vento forte, iniziano a girare su sé stesse fluttuando a pochi centimetri dal suolo, o a volte alzandosi in volo, per scappare chissà dove”.
Umile, quasi ingenuo, pacato, Tomas non parla mai di sé, ma conosce ogni segreto dell’andare per mare. E attraverso i segreti del navigare, gli allievi che approdano sull’isola, tutti mossi da una stessa inquietudine, apprendono qualcosa di più su loro stessi. Il mare è richiamo, una sfida, un pericolo e la natura selvaggia delle coste norvegesi mette continuamente alla prova la capacità di ognuno di resistere. La scuola di vela diventa così il percorso di una ricerca interiore, il cui ultimo insegnamento, l’accettazione del distacco, lo darà ancora una volta Tomas, senza parlare, ma solo con l’esempio, come un maestro orientale: un giorno semplicemente se ne andrà e Matias dovrà abituarsi alla caducità, alla perdita, alla impermanenza delle cose.
A ben vedere non stupisce che sia un matematico Ricolfi a evocare questi concetti, in anni in cui si stanno scoprendo legami insospettati tra la scienza e il buddismo: la fisica quantistica, ad esempio, è giunta alla conclusione che le cose hanno una loro intrinseca vacuità, e tutto nasce dall’incontro fra la loro apparenza e le sensazioni nella nostra testa. —
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