Antonio Calabrò: «Le ricette dell’economia post Covid-19»



Ce la faremo? E come? Andando “Oltre la fragilità. Le scelte per costruire la nuova trama delle relazioni economiche e sociali” (Egea, pagg. 209, euro 17). Lo suggerisce Antonio Calabrò, direttore della Fondazione Pirelli e vicepresidente di Assolombarda, in questo suo ultimo saggio di cui parlerà venerdì alle 21 all’Auditorium comunale a San Vito al Tagliamento. Covid 19 e recessione economica hanno reso evidente la fragilità della nostra società. Eppure, sostiene l’autore, «la fragilità è probabilmente la scoperta migliore fatta con il Covid, che ha messo in crisi il nostro delirio di potenza economica; ha rivelato le strade della crescita insistendo sulla qualità di sviluppo. Il Recovery Found europeo indica due direzioni fondamentali: green economy per la sostenibilità sociale ed ambientale, e innovazione, che vuol dire formazione, conoscenza e ricerca. Vi sono le condizioni per affrontare con successo la nostra vulnerabilità e migliorare la situazione economica». Dunque non siamo diventati migliori o peggiori ma, dice Calabrò, «siamo cambiati perché in questi mesi abbiamo avuto la piena consapevolezza della salute come bene comune per una migliore qualità della vita».

Calabrò scrive che l’economia, la finanza e l’information technology hanno creato la globalizzazione: un gigantesco mercato senza anima né coscienza né conoscenza, dove siamo clienti e non persone. Sono stati dimenticati senso del limite, storia, bellezza. Viviamo la peggior recessione dal 1930, con un crollo del prodotto interno lordo mondiale dal -3% al -6%. Il risultato mondiale è una crisi economica da 7 trilioni di dollari e l’Italia rischia di perdere 641 miliardi di ricavi in 2 anni; in pratica si trova su un crinale: guarigione o crisi peggiore. Si è aggiunta la crisi civile con i fenomeni del populismo e del sovranismo. Il risultato è un ceto medio anonimo privo di radici e carico di rancori. «Ma - osserva Calabrò - la globalizzazione è anche un fenomeno positivo purché sia governato: bisogna passare dall’ideologia del free trade degli anni ’90, cioè scambi liberi senza controlli e senza regole che privilegiano le logiche del più forte, al fair trade, commerci internazionali in un sistema di regole e controlli attraverso nuovi accordi internazionali equilibrati. Sono un tifoso della globalizzazione perché ha portato fuori dalla povertà milioni di persone; ora si tratta di far cresce il ceto medio, in un contesto di diritti e di responsabilità. E’ necessario un passaggio non solo politico ma culturale». Cosa suggerisce dunque? «La lezione di Enea - risponde Calabrò -. Nell’Eneide di Virgilio, Enea va profugo da Troia portando il padre Anchise sulle spalle. Il messaggio è sempre valido: il sapere degli anziani fa futuro. Sono loro ad indicare la via e a trasmettere i valori di una comunità, facendoci apprendere il senso delle cose. Invece abbiamo pensato di scrollarceli dalle spalle, rottamarli. L’Europa deve ritrovare i valori di solidarietà, comunità, cura. Dobbiamo rivalutare il nostro essere animali sociali. Che non significa tornare al come eravamo, ma al come sarà: dobbiamo riprogrammare il futuro». In quanto a produzione e mercato, per Calabrò «è necessario reinventare le regole economiche unendo etica, economia e sostenibilità ambientale. Riportare in Europa le filiere produttive: le imprese italiane dentro i nuovi paradigmi dello sviluppo sostenibile sono avvantaggiate, essendo le più virtuose grazie all’ottimo capitale umano dei nostri tecnici. La sostenibilità è il fattore chiave della competitività, perché non è una scelta di comunicazione ma un modo di essere, che significa fare prodotti di qualità su sistemi attenti alle persone, le quali rendono meglio in ambienti più rispettosi. Noi italiani siamo più competitivi perché più sostenibili. Riforme, infrastrutture, formazione non bastano ancora senza l’attenzione al bene comune: salute, ambiente, sicurezza, istituzioni e cultura. Tra stato e mercato dobbiamo ergere il terzo pilastro: la forza della società». —

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