Iperconnessi, soli e pieni d'odio: la mappa del mondo digitale secondo Beatrice Petrella

Dalle community della misoginia all'eredità digitale e il tabù della morte. L'autrice si racconta prima dell'incontro al Nuovo Teatro Comunale di Gradisca d'Isonzo.

Elisa Russo

In rete esiste una comunità che odia le donne, sui forum hanno le foto profilo di Angelo Izzo, tra gli autori del massacro del Circeo e di Filippo Turetta, l’assassino di Giulia Cecchettin. “Oltre” è un’inchiesta su questi odiatori, gli incel, che nel 2024 si è aggiudicata il Premio Roberto Morrione per il giornalismo investigativo, della giornalista e podcaster romana Beatrice Petrella: ne parlerà a Gradisca d’Isonzo, oggi alle 19 al Nuovo Teatro Comunale, nell’ambito della sezione “Lettere Mediterranee” del festival Onde Mediterranee.

Petrella, chi sono gli incel?

«Sta per involuntary celibate, celibe involontario. Sono degli uomini che lamentano di non riuscire ad avere relazioni sentimentali soddisfacenti con le donne. E quindi, nel momento in cui le donne impediscono loro di essere felici, si sentono titolati a odiare».

Si è infiltrata nella loro community per diversi mesi. Cos’ha scoperto?

«Non partecipavo ma osservavo. Il mio obiettivo era riuscire a confezionare un’inchiesta per il premio Morrione, che ogni anno finanzia quattro progetti under 30, cosa molto rara in Italia. Faccio la giornalista per capire le cose: da quando ho scoperto che esistevano gli incel nel 2014, volevo comprendere la matrice di tutto questo odio. Si incontrano online, ma sono persone con cui noi abbiamo potenzialmente a che fare tutti i giorni. La loro è una frustrazione che poi diventa odio, che non siamo stati mai davvero in grado di cogliere fino agli ultimi anni, in cui ci sono stati degli atti di violenza anche in Italia».

La misogina, però, esiste da sempre vero?

«Gli antichi greci erano profondamente misogini. Niente di nuovo. Spesso quando si parla di incel si dà la colpa a internet, ma sono l’espressione moderna di una cosa molto ben connaturata all’interno della nostra cultura».

Gli odiatori nel web lo sono per forza anche nella realtà? O sono solo leoni da tastiera?

«Non vorrei mischiare le due categorie, gli incel sono una cosa, gli haters un’altra, anche se possono coincidere. Ed è anche un motivo per cui è molto difficile capire chi si sta radicalizzando e arriva al punto poi di commettere violenza, perché non è detto che essere violenti in rete porti a esserlo nella vita reale. Dovremmo farci due domande sul perché le persone si sentono legittimate a essere profondamente violente online, come se fosse un luogo anonimo dove tutto è possibile: non è vero che si è impuniti e finisce tutto spegnendo il telefono».

Si è occupata anche di argomenti legati alla morte, al lutto in rapporto alla tecnologia. Il suo libro “Still online” parla di eredità digitale.

«Dico sempre che io e la morte siamo amiche di vecchia data perché mio padre è morto 16 anni fa di infarto. A un certo punto, la sua icona di MSN è tornata online e a me ha dato proprio l’impressione di aver visto un fantasma. All’epoca avevo 14 anni, però ho questa immagine impressa. La morte è l’ultimo tabù rimasto, cerchiamo di sconfiggerla in tutti i modi. Proviamo ad allontanare la vecchiaia, a eliminare la morte dalla vita e questo ce la rende ancora difficile gestione».

Siamo iperconnessi ma sempre più soli?

«Da una parte sì, perché non abbiamo più luoghi fisici in cui incontrarci. Però non siamo mai del tutto soli, perché abbiamo costante accesso a tutti. Se apriamo Instagram sappiamo perfettamente i nostri amici dove sono, cosa fanno, e potenzialmente possiamo interagirci. Questo però non significa che siamo davvero in connessione con gli altri, perché non abbiamo accesso a dei legami profondi».

C’è poi l’ansia di essere sempre reperibili.

«A volte mi sento sopraffatta dalle notifiche che ricevo, l’idea di essere sempre connessa è molto impegnativa, soprattutto se si lavora da freelance e quindi c’è questa aspettativa rispetto ad essere sempre sul pezzo, proattiva. Non siamo stati in grado di costruire dei veri limiti rispetto alle tecnologie, che sono sicuramente utili ma siamo sempre noi a governarle, non dovremmo lasciarci schiacciare da questi meccanismi».

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