Emma Abram, la pittrice e pianista triestina da riscoprire a 150 anni dalla nascita

Dagli studi a Monaco con Hans Hofmann alle lodi dei critici parigini a Gorizia: la storia di un'artista poliedrica che seppe catturare colore e luce

Franca Marri

Pianista e pittrice: Emma Abram è stata un’artista a poliedrica, curiosa, vissuta tra la seconda metà dell’Ottocento e il secolo scorso, che meriterebbe di esser maggiormente conosciuta, riscoperta, indagata e soprattutto valorizzata.

Era nata nel 1876, esattamente 150 fa, nella casa di famiglia in via San Francesco a Trieste dove visse e si spense nel 1967, a novantun anni.

Suo padre Fran Abram, originario di Komen, insieme alla casa a Trieste aveva costruito al pianterreno la fabbrica di botti. Sua madre Ana Komac, originaria di Bovec, diede alla luce dieci figli di cui Emma era la nona.

Amando la musica e il canto, inizia a suonare nell’ensemble femminile di tamburitze fondato e diretto dal fratello Josip Abram all’interno del Circolo di lettura slavo. Al conservatorio prende lezioni di pianoforte ma nel 1906, alla morte del padre, abbandona gli studi. Parallelamente asseconda l’altra passione, quella della pittura. Segue dapprima gli insegnamenti di Enea Ballarini, pittore bolognese trasferitosi a Trieste, insegnante alla Scuola industriale, per poi decidere di recarsi a Monaco di Baviera. Tra il 1922 e il ‘23 nella città tedesca frequenta i corsi privati del pittore Hans Hoffman, formatosi nei primi anni del Novecento alla scuola del pittore sloveno Anton Ažbe, assieme ad artisti come Wassily Kandinsky e Alexei Jawlensky. Sempre a Monaco di Baviera Emma avrà modo di esporre alcune delle sue opere.

Tornata a Trieste partecipa alle Esposizioni primaverili e autunnali del Circolo artistico al Padiglione comunale al Giardino pubblico del ‘25 e del ‘26. Nel 1929 il suo cognome viene mutuato d’ufficio da Abram ad Abrami. Lei stessa firma i suoi quadri con il nuovo cognome e in vari casi aggiunge una “i” alle firme dei dipinti precedenti.

Negli anni Trenta espone i suoi dipinti alle Sindacali di Trieste del ‘34, ‘35 e ‘36 e a quella di Gorizia del ‘34.

Proprio per la mostra goriziana viene segnalata sulla rivista parigina “La Revue moderne illustrée des arts et de la vie” che, dopo aver parlato dei vari artisti presenti al Salon parigino o di Liverpool, passa a trattare di artisti presenti in “esposizioni diverse”: sulle pagine dedicate ad alcune mostre in varie città europee compare il nome dell’artista triestina che all’Esposizione di Gorizia ha presentato “Il giardino”, una “charmante composition”: «una fresca poesia di colore e luce -si legge a pagina 13 del numero di dicembre- che giocano con il verde e i fiori di una pergola. Emma Abrami sa come trovare armoniose combinazioni di colori chiari e brillanti e restituire amabilmente l’atmosfera gradevole di un angolo accogliente dove la natura e l’uomo partecipano al più grande piacere degli occhi».

La breve recensione è firmata da Clément Morro il critico d’arte principale nonché direttore de “La Revue moderne”, importante pubblicazione parigina che offriva commenti dettagliati sui Saloni d’arte, mostre e artisti contemporanei. Presente alle Biennali di Venezia, il critico visitava anche altre esposizioni in giro per l’Italia di cui poi riferiva e non è da escludere che approfittasse proprio della sua visita alla Biennale d’arte del ‘34 per giungere anche a Gorizia.

A livello locale era stato Max Fabiani su “L’Eco dell’Isonzo” a recensire la mostra alla Bottega d’arte e a dire della pittrice che «ha un buonissimo senso coloristico», anche se poi le consigliava di scegliere motivi più semplici per ottenere effetti migliori.

Ernesto D’Agostino nel volume “Professionisti ed artisti della Venezia Giulia”, importante repertorio edito nel 1935 con le biografie e le opere di numerosi architetti, ingegneri, pittori, scultori e musicisti attivi o originari della regione giuliana (tra cui Trieste, Gorizia e Fiume) inserisce Emma Abrami con un suo breve profilo e una riproduzione del suo “Giardino”.

Negli anni successivi è stato il pittore e critico d’arte Milko Bambič a parlare dell’autrice su Radio RAI Trieste A, il 13 maggio 1970, ricostruendone il percorso biografico e creativo. Più di recente, un paio d’anni fa, l’hanno ricordata Daniela Sirotti in un articolo apparso sul Bollettino della comunità ebraica di Trieste e Poljanka Dolhar sul “Primorski dnevnik”.

Alla mostra “Uno sguardo lontano. Realismo e Nuova oggettività nell’Europa centrale 1925-1933”, allestita dal novembre 2024 a marzo del ‘25 alla Galerija Božidar Jakac – Museo d’arte moderna e contemporanea di Kostanjevica na Krki (Slovenia), il nome della Abrami compariva accanto al suo “Ritratto di donna borghese”.

Nella casa di via San Francesco sono conservate ancora tante opere di Emma che i suoi discendenti e la pronipote Magda Jevnikar in particolare, vorrebbero iniziare a catalogare e far conoscere ad un pubblico più ampio.

Purtroppo i dipinti e i disegni non sono datati per cui è possibile soltanto immaginare che le copie di alcune opere conservate al Museo Revoltella come il “Beethoven” di Lionello Balestrieri, “Veduta dell’Aja” di Lorenzo Delleani o “Ave Maria” di Luigi Nono siano da riferire ai suoi esordi, intendendoli come delle esercitazioni quali quelle in cui si cimentavano anche altri artisti triestini all’inizio del loro percorso.

Ci sono quindi molti paesaggi in cui è possibile cogliere alcune influenze dell’impressionismo monacense, con un tipo di pittura attenta alla resa della luce, le pennellate mosse, una densità e una struttura compositiva più presenti rispetto all’analogo stile francese. Tra questi c’è pure “Il giardino”, ascrivibile al periodo tra le due guerre, quando l’autrice frequentava i pittori Vittorio Bergagna e Romano Rossini accompagnandoli nelle ville triestine in cui restauravano gli affreschi, ritraendo i parchi dal vero. Altrove le pennellate più omogenee e ferme sembrano suggerire fasi successive del suo lavoro.

Diversi sono i ritratti: ad olio o a carboncino mostrano di saper cogliere l’intimità di uno sguardo, la forza espressiva di un volto. “Ritratto di donna borghese” pare risentire dell’influenza del cosiddetto “ritorno all’ordine” reinterpretandolo tuttavia attraverso tratti d’origine espressionista. C’è poi la serie degli anziani particolarmente toccante per la capacità di condividerne l’inclinazione sentimentale.

Qualche dipinto e alcuni disegni trattano il tema del nudo femminile: qui sorprende la naturalità dell’impostazione e la verità del segno.

Non mancano quindi le nature morte e un paravento dipinto con motivi quasi tiepoleschi.

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