Brenta, la visione di un cineasta
Stasera a Gorizia il Premio Bratina, poi la proiezione di “Vermisat”

GORIZIA. Sarà consegnato stasera, a Gorizia, il “Premio Darko Bratina. Omaggio a una visione”, dedicato quest’anno al regista e docente Mario Brenta, “cineasta - si legge nella motivazione - di rara essenzialità e rigore, che ci pone di fronte alla realtà come al cospetto di una verità non rivelata, anche se minutamente osservata da un occhio sensibile ma impietoso”. La consegna del riconoscimento avverrà al Palazzo del Cinema alle 20, seguita dalla proiezione del primo lungometraggio firmato dal regista veneziano, “Vermisat”.
Il festival monografico itinerante, curato da “Kinoatelje” in collaborazione con diverse realtà cinematografiche italiane e slovene, si sposterà domani a Trieste per l’appuntamento conclusivo di questa edizione, che nei giorni scorsi, dal 24 novembre, ha fatto tappa a Nova Gorica, Isola, San Pietro al Natisone, Udine e Lubiana. Domani sera, a partire dalle 19 al Teatro Miela, saranno proposti, alla presenza dell’autore, i documentari “Calle della pietà” (2010) e “Delta Park” (2016) realizzati assieme alla moglie Karine de Villers. Dopo le prime esperienze professionali in campo pubblicitario, all’inizio come grafico, poi come sceneggiatore di spot televisivi, Brenta scelse la strada del cinema in giovane età. Si trasferì a Roma, lavorando per diversi anni come aiuto-regista e sceneggiatore. Durante questo periodo ha avuto modo di girare i suoi primi cortometraggi e di collaborare ad alcune trasmissioni televisive. Il suo lungometraggio d’esordio, “Vermisat”, girato con pochissimi mezzi è una storia di emarginazione e di conflitto fra culture che non passa inosservato. ll suo nome comincia a girare ai festival che contano, arrivano i primi riconoscimenti. Negli anni successivi si dedica soprattutto al documentario, tornando alla fiction nel 1988 con il lungometraggio “Maicol”, dramma metropolitano notturno e minimale che ottiene il premio "Film et Jeunesse" a Cannes e, un anno dopo, il premio Georges Sadoul (ex-aequo con “Sweetie” di Jane Campion) come miglior film straniero. Il film è prodotto e girato interamente nell'ambito di “Ipotesi Cinema”, laboratorio-scuola ideato da Ermanno Olmi a Bassano del Grappa e di cui Mario Brenta è stato uno dei fondatori. Nel 1994 firma “Barnabo delle montagne” del 1994, tratto dal romanzo di Dino Buzzati, per tornare infine a esplorare il documentario, in anni più recenti: “Calle de la Pietà”, “Corpo a corpo”, fino a “Delta Park”, che prende il titolo dal nome di un alberghetto sul delta del Po destinato al fallimento e risorto a nuova vita come luogo di accoglienza per i profughi in attesa che venga loro accettata la richiesta di asilo. «Un progetto abbracciato inizialmente con qualche scetticismo - confessa il cineasta – perché non volevo fare l’ennesimo “film sui migranti”. Ma ho cambiato idea quando ho cominciato a osservare questa realtà “anacronistica” e sospesa, una sorta di limbo esistenziale scandito da tempi circolari e dilatati. Delta Park rappresenta il luogo di un’utopia che non corrisponde più all’ideale sognato».
(b.f.)
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