Carrère: «I miei eroi dell’onestà, senza la paura di essere sconvenienti»

Lo scrittore francese stasera riceverà a Lignano l’ambito Premio Hemingway Ritiene che il libro “Vite che non sono la mia” sia il suo capolavoro ma difende anche “Limonov” 

L’intervista



L’abbiamo conosciuto per “Limonov”, un personaggio reale e seducente, una sorta di teppista stravagante e anarchico. Ma Emmanuel Carrère era già un autore noto in Francia e nel mondo. Ad iniziare da quelle “Vite che non sono la mia” pubblicato da Einaudi nel 2003 e ora ripubblicato da Adeplhi (pagg. 261, euro 19). Tuttavia in Italia appunto il suo successo è iniziato con “Limonov”: «Quando decisi di scriverlo - racconta Carrère - alcuni amici mi dissero che era un’idea pazza. Perché mai vuoi raccontare la storia di un piccolo fascista? Mi ripetevano. In realtà per me “Limonov” è un piccolo orgoglio, un buon soggetto». Stasera Emmanuel Carrère riceverà il Premio Hemingway, giunto alla sua XXXV edizione, al Cinemacity di Lignano Sabbiadoro alle 18.30. In questi giorni lo scrittore sta anche girando un film, “Le Quai de Quistreham”, con protagonista Juliette Binoche. “Vite che non sono la mia” è forse il suo libro migliore e lo è perché si sente l’estrema responsabilità dello scrittore che si fa carico del dolore degli altri. Lo diceva anche Montale che gli autori sono i parafulmini della società quando riescono a spiegare che la vita, nonostante tutto, non è mai uno spreco, è l’obiettivo più alto di un autore. Una riflessione a cui Carrère risponde: «Non lo so. Non sono sicuro di essere del tutto onesto se dico di sì, ma anch’io amo molto questo libro, lo ritengo il mio migliore e forse per questi stessi motivi».

È un romanzo straordinariamente emotivo e straordinariamente controllato. Quanto tempo ci ha messo per ideare la forma che infine ha preso, unire cioè a una tragedia collettiva quella più personale?

«In origine avevo deciso di scrivere solo la seconda parte del libro, ovvero la storia privata, la morte di Juliette, mentre la prima parte del libro, la narrazione della storia collettiva, quella che si riferisce allo tsunami - del quale peraltro io sono stato testimone perché mi trovavo lì in quel periodo - non avevo alcuna intenzione di scriverla. Anzi, questa intenzione mi sembrava anche un po’ oscena. Ma a un certo punto, quando stavo narrando dei due giudici, di Juliette e di Étienne, della loro storia di giustizia, di morte e di malattia, ho quasi sentito la necessità di tornare alle vicende dello tsunami e tentare di descrivere quel dramma. Ci sono voluti degli anni perché questo romanzo prendesse forma».

“Vite che non sono la mia” è anche un modello perfetto di onestà intellettuale, cioè di come sia più difficile stare male per centinaia di morti rispetto a una morte singola. Il libro ci dice anche questo?

«Risponderò con un altro capitolo del libro a questa domanda. Quando racconto la storia di Juliette e Étienne, entrambi colpiti dal cancro, a un certo punto Juliette confida ad Étienne la sua ricaduta nella malattia. La prima cosa che pensa Étienne è: “Per fortuna è successo a lei e non a me”. Lui amava tantissimo Juliette, ma ha l’onestà di ammettere questa cosa. È uno dei motivi per cui lo amo molto, per questo l’ho dipinto come un eroe, un eroe dell’onestà, capace di dire qualcosa che per la maggior parte delle persone sarebbe assolutamente scandaloso».

Lei a volte è stato accusato di essere troppo egoriferito, eppure è piuttosto scontato che un sentimento arriva al lettore nel momento in cui è autentico – cioè vissuto – e restituito in modo collettivo. Non trova un po’ banali tutte queste questioni narrative sulla fiction?

«Sono questioni che non mi interessano. Non mi interessa essere incasellato in un genere. Io scrivo le cose che posso scrivere e non mi importa della categoria. Sul fatto di essere egoriferito come narratore ho scritto molto di altre comunità, altre circostanze, fatti e situazioni che non sono di certo i miei. Sul genere “autobiografia” credo di essere estremamente discreto, quasi inesistente. Direi che ho scritto libri un po’ narcisistici sul mondo esterno, ma sono autobiografie molto poco egoriferite. In ogni caso per me non sono un problema gli scrittori che parlano di se stessi, anzi, sono quelli che mi interessano di più».

I suoi “malvagi” sono degli antieroi per cui si prova quasi una naturale simpatia, rappresentanti di una linea di demarcazione tra bene e male, ma non c’è mai l’orrore del mostro. Lei quale idea ha di “bene”?

«Alcuni miei personaggi sono delle rappresentazioni del male in maniera evidente. La mia idea personale, ciò che per me differenzia il bene dal male sta nel fatto che il bene è la capacità di creare legami con gli altri. Il male invece è il rinchiudersi completamente in se stessi. È interessante il caso di Jean-Claude Romand, protagonista de “L’Avversario”. Romand è un assassino ma totalmente incapace di esercitare crudeltà. Lui non trae piacere dal suo assassinio, anzi, ha fatto quello che ha fatto pensando di fare soffrire meno gli altri».

Quando uno scrittore entra in contatto con personaggi della cronaca o della storia, in che posizione si deve mettere? Perché esiste una posizione stilistica, ma anche morale. Qual è lo scrupolo che si pone? Si può raccontare tutto?

«No, per me c’è un limite e il limite è avere rispetto per l’altro. Non vorrei mai fosse pubblicato qualcosa di mio in grado di fare star male un amico o un parente o anche altre persone. Ma quando dico “fare stare male” intendo “fare stare male” sul serio». —



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