Carte geografiche del ’500 e testi rari nella mostra sulla Romania a Trieste

All’Archivio di Stato oltre 50 cimeli raccolti in anni di ricerche. Pezzo forte la copia dell’unica opera scritta in Istroromeno

Francesca Schillaci
Documenti dei profughi romeni degli anni ’50 raccolti dal consolato
Documenti dei profughi romeni degli anni ’50 raccolti dal consolato

Trieste crocevia di culture. È ormai la frase più celebre che riassume l’anima della città che da sempre accoglie popoli, religioni e tradizioni diverse tra loro. Tra le varie realtà che la rappresentano c’è sicuramente la comunità romena, seconda rispetto a tutte le altre. È proprio alla cultura romena e ai suoi dintorni infatti è stata dedicata la mostra “La Romania a Trieste: una storia di mappe e documenti” visitabile fino al 24 marzo all’interno dell’Archivio di Stato in via La Marmora 17.

Curata e organizzata da Ervino Curtis, presidente dell’associazione culturale italo-romena Decebal, l’esposizione presenta un taglio storico e documentaristico, poiché raccoglie oltre cinquanta oggetti espositivi collezionati dal curatore nell’arco di 40 anni di ricerche e oltre 30 cartine geografiche originali reperite negli antiquariati e negli archivi. Per la prima volta, infatti, vengono mostrati al pubblico reperti raccolti in diverse parti d’Europa come Austria, Italia, Germania, Ungheria, Francia e Romania per sottolineare l’impronta storica della cultura romena sulla storia di Trieste.

Non solo mappe geografiche originali del 1600 fino al 1800, ma anche documenti introvabili negli archivi italiani che testimoniano la storia dei profughi e dei rifugiati romeni dopo la seconda guerra mondiale e ne tracciano un’identità specifica altrimenti dispersa. Tra le carte geografiche più rare emerge una mappa dei Balcani del 1561 realizzata a Venezia, mentre tra gli oggetti di maggior interesse è importante sottolineare una copia dell’unico libro scritto in Istroromeno, lingua altrimenti destinata ad essere dimenticata.

Non solo, tra i cimeli in esposizione considerabili tra i più intimi e personali, risalta la fotografia originale del primo console di Romania a Trieste, Jean Di Demetrio, che il curatore ha ricevuto dagli eredi, dopo anni di ricerche e contatti.

Una vera e propria passione per il collezionismo storico insomma si manifesta in ogni dettaglio della mostra: cartine ungheresi dei Balcani, altre che riportano i territori della corona ungherese datate nel 1872; cartine del 1700 con evidenziate le minoranze in Transilvania, una mappa geografica della Turchia d’Europa che risale al 1500 e altre ancora spiccano per le scelte pittoresche delle nominazioni delle zone geografiche, spesso non corrispondenti alla realtà, così come la tracciatura dei fiumi, che assomiglia più a un disegno libero che a una riproduzione in scala di un territorio.

A queste, si affiancano le teche nelle quali sono esposti i documenti dei profughi romeni negli anni ’50 all’interno dell’ex consolato, diventato all’epoca il Romanian Welfare Trieste, luogo che ha accolto oltre ventimila rifugiati nel corso della sua storia, fornendo sostegni e materie prime grazie alle corrispondenze rinvenute tra il centro, New York e Parigi, principali fonti di aiuto umanitario del tempo.

«Il primo storico che ricorda le prime popolazioni romene – spiega Curtis - è Ireneo della Croce nella Historia sacra e profana di Trieste trascrivendo anche un piccolissimo vocabolario di questa lingua. Ma ancora di più Ireneo della Croce attesta la presenza dei cicci, ovvero di queste popolazioni romene, in tutto l’altipiano carsico».

Ogni reperto è accompagnato da dettagliate didascalie che tracciano la storia di un’intera cultura, destinata a fondersi con tutte le altre presenti in Europa, ma in particolare a Trieste, contribuendo alla trasformazione della lingua. Infatti, «una svolta più precisa sulla storia romena – continua Curtis - avviene con gli studi del Kandler che li chiama i Rimigliani o Vlahi d’Istria, con il Vassilich che fa derivare il nome di Cattinara dal loro idioma (Catun= borgo) e da Schiffrer che afferma che il terzo elemento del contado triestino è quello dei rumeni. Questi sono praticamente i primi che vengono a Trieste». —

Riproduzione riservata © Il Piccolo