Castelli, mezzo secolo di “mysteri” a Trieste

Il papà di Martin Mystère ospite al Festival Science+Fiction dove racconterà i suoi primi cinquant’anni di storie a fumetti
Di Paolo Lughi

TRIESTE. In questa quindicesima edizione, Science+Fiction sembra voler tornare alla sua identità eclettica originaria, aprendosi sempre verso altre discipline, come accadeva nella rinascita dei primi anni Duemila e anche nelle fondanti rassegne anni '60. Viene celebrata pertanto la letteratura (con il premio Urania a Bruce Sterling e il presidente di giuria Joe R. Lansdale), c'è più attenzione alla scienza (con i rafforzati Incontri di futurologia) e viene omaggiato il fumetto festeggiando i 50 anni di carriera di Alfredo Castelli, il geniale creatore di Martin Mystère (e già premio Urania nel 2012).

Abbiamo chiesto a Castelli, che incontrerà il pubblico domani negli Incontri di Futurologia (alle 11.15 a Palazzo Gopcevich di Trieste), di ripercorrere di decennio in decennio, con un occhio al contesto italiano, il suo mezzo secolo di grandi storie e "mysteri".

«Trieste si è ricordata anche di questo mio felice anniversario - esclama Castelli al telefono dalla sede della Bonelli editore -. Il primo personaggio che ho creato è stato Scheletrino, pubblicato nel '65 in appendice agli albi di "Diabolik", su cui però non vorrei soffermarmi molto! Al di là della qualità dei miei primi lavori, all'epoca ero di gran lunga il più giovane nel mondo del fumetto, ero l'unico diciottenne. Se da un lato questo mi ha provocato qualche antipatia, dall'altro mi ha dato anche l'entusiasmo per andare avanti».

Com'era il fumetto italiano negli anni '60?

«Stava andando davvero bene. Quegli anni sono segnati dalla nascita da una parte di "Linus", e dall'altra di "Diabolik". "Linus" è stata la prima rivista per un pubblico colto, che ha portato il fumetto fuori dal ghetto. "Diabolik" è stato invece il primo fumetto nero anche per adulti davvero popolare. Nel frattempo era arrivato anche il '68, e io, ispirandomi alla rivista americana "Mad", creai una fanzine satirica autogestita intitolata "Tilt". Ma stavano imponendosi anche i generi, e così creai pure la rivista "Horror", la prima italiana sul tema».

Gli anni '70 sono quelli della sua maturazione?

«Nel fumetto italiano, allora in grande espansione, si lavorava gioiosamente! Cresceva la Bonelli e "Tex" stava esplodendo, ma non era ancora il numero uno, era secondo o terzo nelle vendite dopo "Capitan Miki" e "Il grande Blek". I nuovi autori e le nuove riviste proliferavano, come ad esempio "Eureka" che ho diretto. Con alcuni amici di "Tilt" andai al "Corriere dei Ragazzi" che aveva sostituito il "Corriere dei Piccoli". Si trattava davvero di un buon prodotto, a cui collaboravano i migliori, da Hugo Pratt a Dino Battaglia, da Milo Manara a Sergio Toppi. In quel periodo ho inventato "Gli aristocratici". Poi ho lasciato il "Corriere" per un quinquennio (dal '75 all'80) di sperimentazione alla Bonelli, dove conoscevo Sergio».

E si arriva al successo di "Martin Mystère".

«Nasce nel 1982 alla Bonelli. Prima di Martin Mystère avevo immaginato un personaggio simile, chiamato Allan Quatermain perché ispirato al protagonista del primo romanzo inglese di avventure in Africa, "Le miniere di Re Salomone". "Martin Mystère" è un tipico prodotto anni '80, perché è un mix di generi (avventura, storia, mistero), ma anche perché tenta la sintesi fra fumetto d'autore e fumetto popolare. E' stato importante sia per me, in quanto rappresenta ancora il mio personaggio principale fino a oggi, sia per il fumetto italiano, perché ha fatto probabilmente da apripista a "Dylan Dog", creato da Tiziano Sclavi nell'86. "Dylan Dog" rappresenta un punto focale in questo panorama, perché attira per la prima volta il pubblico femminile e rilancia il fumetto popolare».

Come stava a quel punto il fumetto italiano?

«Gli anni '80 rappresentano l'ultimo periodo di grande salute, con una stabilizzazione poi negli anni '90. Il fumetto si vendeva ancora bene, vuoi per questi nuovi personaggi, vuoi per l'eliminazione di alcuni "doppioni". Infatti, con l'avvento delle tv private e delle soap opera, un certo tipo di fumetto commerciale come "L'intrepido", che vendeva 700mila copie a settimana, sparì. In compenso crescevano i lettori di fumetti più maturi e trasversali, come "Martin Mystère" appunto, "Dylan Dog" o anche il vecchio "Tex". Tutti offrivano storie di qualità, albi della lettura di circa un'ora, più o meno come un film, ma dal costo senz'altro più basso! All'epoca gli ultimi esempi di riviste (nell'84 chiude "Eureka", ma nell'82 esce "L'Eternauta") combattevano ancora e andarono piuttosto benino fino ai Duemila, con vendite intorno alle 10mila copie. Negli anni '70, quando hanno chiuso i battenti, il "Corriere dei ragazzi" vendeva 150mila copie e la mia "Horror" 30mila!».

Qual è la situazione presente?

«Dal 2000 a oggi c'è stata una lenta crisi. Bonelli se la cava, "Martin Mystère" se la cava come del resto "Tex" e "Dylan Dog". Ma i nuovi mezzi (web, videogame) fanno una concorrenza spietata al fumetto, che si dovrà sicuramente posizionare. Costerà più caro, dovrà essere di qualità più elevata, e dovrà vendere più in libreria che in edicola. A proposito, il fumetto italiano si salva ancora proprio perché da noi esiste la realtà anomala delle edicole. Sono ancora 37mila in tutto il territorio, vendono pubblicazioni di tutti i tipi e rappresentano una realtà unica in Occidente, seguita a distanza solo dalla Spagna. Le edicole da noi sono una tradizione diffusa come le chiese, sono una delle poche cose ancora non informatizzate, ma stanno sparendo anche loro».

E qual è il prossimo futuro di Alfredo Castelli?

«Nel 2016, curerò l'uscita di una serie alternativa di "Martin Mystère" a colori, in cui fingiamo che il personaggio "nasca" in questi giorni. Era nato con i primi Pc ormai polverosi. Ora finalmente sarà circondato e aiutato dalla tecnologia e dagli ultimissimi modelli di gadget digitali!»

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