Il giornalista Gavazzini racconta a Trieste i cecchini italiani a Sarajevo

Al teatro Miela lo scrittore il cui esposto alla Procura ha riaperto il caso degli assassini per “svago” in Bosnia

 

Federica Gregori
Vittime dei cecchini a Sarajevo
Vittime dei cecchini a Sarajevo

Ogni colpo aveva un prezzo, segnato sui bossoli con colori diversi: azzurro/rosa per i bambini, giallo per le donne, rosso per gli uomini, nero per gli anziani. Tutto pagato in contanti, all’interno di un sistema minuziosamente organizzato. In una sola “missione” , un “Arciere” italiano uccise in questo modo sei persone in sei ore. A raccontarlo, in una testimonianza chiave, è il contractor detto “il Francese” a Enzo Gavazzeni, lo scrittore e giornalista milanese il cui esposto alla Procura di Milano ha fatto esplodere l’inchiesta giudiziaria sui safari umani a Sarajevo.

Gavazzeni sarà venerdì 20 marzo alle 18 al Teatro Miela ospite di Pequod intervistato da Enzo D’Antona, a raccontare “I cecchini del weekend” (PaperFIRST). Libro dove nomi e luoghi, per non interferire con le indagini in corso, restano parzialmente occultati, ma i fatti narrati si basano su testimonianze autentiche e riscontri documentali. Una storia di ferocia, rimozione e complicità che chiama in causa anche il nostro Paese. E dove Trieste ha un ruolo di primo piano.

Gavazzeni, quando ha capito che quella dei “cecchini del weekend” non era una leggenda metropolitana?

Da un articolo del Corriere della Sera del 1995. I miei amici possono testimoniare che dicevo “mi piacerebbe raccontare questa storia”, ma non ne avevo ancora la capacità. Ho capito che era una realtà quando nel 2023 mi sono imbattuto nel docufilm “Sarajevo Safari”. Ho scritto al regista Miran Zupanič, che mi ha dato il nome di Edin Subašić. Quando ho cominciato a parlare con Edin, a raccogliere le prime prove mie, lì ho capito.

Quando ha realizzato che era fenomeno strutturato?

Quando ho incontrato il Francese: parlare con lui si è rivelato fondamentale. Ciò grazie all’Innominato, il Virgilio che mi ha guidato nell’Inferno. E che mi ha fatto conoscere il Francese: con lui ho iniziato a entrare nei dettagli, e a capire che c’era una realtà molto più strutturata di un semplice turista che si è inventato un safari umano.

Il numero degli italiani che sarebbero coinvolti, anni ’92-’96, è impressionante, se l’immaginava di quest’entità?

No. Quando dal Francese ho sentito “230”, infatti, gli ho fatto una domanda che nel libro non c’è, rimasta nella registrazione. Gli ho chiesto se 230 è un ordine di grandezza, per dare un’idea. Risposta del Francese: “potrei sbagliarmi di uno o di due”.

Trieste: quanto è credibile, sulla base delle verifiche, l’ipotesi che la città non fosse solo hub logistico ma anche un nodo attivo nell’organizzazione dei viaggi?

È molto credibile. Purtroppo l’informazione importante l’ho acquisita a libro chiuso: ho identificato dove i cacciatori si riunivano, dormivano e mangiavano. Non posso dare dettagli su questo. Ho anche una nuova testimonianza attendibile che conferma l’andirivieni delle Volvo con l’adesivo della Croce Rossa che partivano da Trieste. Anzi la fonte, un medico volontario, si chiedeva coi colleghi cosa ci facessero lì, visto che la Croce Rossa aveva altri mezzi.

Accenna a un possibile cecchino di Trieste, ex dirigente di banca. Quanto siamo vicini a dare un nome a quella figura?

La Procura sta indagando, ci sono alcune evidenze, anche se a distanza di più di 30 anni è complicato. Dal canto nostro, il sindaco di Sarajevo ha nominato l’avvocato Nicola Brigida, mio avvocato (insieme all’ex magistrato Guido Salvini ndr), come rappresentante della città di Sarajevo, che si costituirà nel procedimento come parte offesa. Nomina non solo formale: ci permetterà, come team, di accedere a tutti gli atti e svolgere indagini difensive. Perciò saremo i rappresentanti della città di Sarajevo in un eventuale processo.

Il materiale raccolto è già sufficiente a reggerlo?

Non lo sappiamo ancora, non avendo accesso agli atti.

Suoi testi affermano che il Sismi sapeva tutto già a fine ’93. Come può essere rimasto tutto nell’ombra per 30 anni?

Bella domanda. Sappiamo che l’intelligence bosniaca ha informato il Sismi e questo lo dice proprio Edin Subašić dell’intelligence bosniaca. Venendo confermata al pm da Michael Giffoni, che ha testimoniato non solo che la segnalazione c’era stata ma anche che poi, inizi’94, c’è stata dal Sismi la risposta, arrivata anche a lui. Abbiamo perciò una doppia verifica attendibile del fatto che non solo i servizi segreti italiani fossero informati, ma che abbiano risposto in pratica così: “abbiamo individuato i 5 italiani segnalati sulle colline di Sarajevo, li abbiamo rimandati a casa e abbiamo smantellato il safari” . Allora ce lo dobbiamo chiedere: come mai i servizi segreti rispondono se la cosa non è vera? E come mai insabbiano? Perché alla fine quello è stato: dicendo “abbiamo smantellato” è come se tu spegnessi i riflettori. So che la Procura si è mossa in questa direzione. Cosa sia tornato indietro ancora non lo so: non vedo l’ora di avere l’accesso agli atti, sono curioso di leggere quei 5 nomi.

Pressioni, idea di fermarsi?

Per ora non ho ricevuto pressioni importanti. Mai pensato di fermarmi. Non so se con la pubblicazione del libro la cosa andrà a peggiorare. Forse prima aspettavano il libro per capire quanto io sapessi, può darsi.

Sostiene che decine, forse centinaia, di persone inserite nella società italiana avrebbero pagato per uccidere civili. Se questo trovasse conferma, pensa che il Paese sia pronto ad accettarlo o che qualcuno abbia ancora interesse a impedirlo?

La gente sì, è pronta: quello che sta dimostrando adesso all’uscita del libro, è un’indignazione totale, in tantissimi mi scrivono. La politica è la grande assente: si staranno chiedendo quali potrebbero essere le ricadute. L’unica che si è fatta avanti è l’onorevole Stefania Ascari, che ha organizzato una presentazione alla Camera dei Deputati il 24 marzo. Credo che la politica voglia starsene distante perché hanno tutti paura di cosa possa saltare fuori. —

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