Cinema in crisi e strategie di resistenza in Friuli Venezia Giulia

Mentre nel resto d’Italia si assiste ad una moria di sale la nostra regione appare in controtendenza: merito della capacità di innovare e offrire esperienze diverse

Federica Gregori
Una sala cinematografica
Una sala cinematografica

Quando una sala chiude, una comunità perde molto più di uno schermo: perde un luogo d'incontro, di cultura e relazione. E se nel resto d'Italia la desertificazione cinematografica appare sempre più evidente, il Friuli Venezia Giulia rappresenta invece un'anomalia positiva. Proprio a questo tema sarà dedicato "Sale Resilienti. Esperienze di sopravvivenza dei cinema del Friuli Venezia Giulia", unico appuntamento triestino delle Giornate della Luce di Spilimbergo, in programma martedì 9 giugno alle 18 allo Spazio Underground del Cinema Ariston. A coordinare l'incontro sarà Silvano Curcio, studioso e autore del volume "Fantasmi urbani. La memoria dei cinema di Roma".

«Tra i vari presidi sociali e culturali - osserva Curcio - le sale cinematografiche sono i luoghi più soggetti a una crisi drammatica: darò alcuni dati a livello nazionale davvero impressionanti. Se nel 2010 sul territorio nazionale si contavano oltre 2.700 sale in attività, in meno di 16 anni ne hanno chiuso i battenti 1.600, quindi una perdita secca del 60%. Ma emerge questa anomalia positiva che ho proposto di analizzare: il Friuli Venezia Giulia, dove le sale, pur con difficoltà, riescono a sopravvivere».

La chiave per resistere? «Le innovazioni, che si concentrano su due fronti fondamentali: occorre innovare in termini di contenuti e in termini di contenitori. Bisogna andar oltre l'ormai superato trinomio "biglietto, popcorn&bibita, film" e associare alla funzione della sala altre funzioni culturali, sociali ed economiche. Proprio per questo all'incontro parteciperanno ben otto gestori di alcune delle principali realtà regionali, con 15 strutture rappresentate. Avremo un duplice obiettivo: da un lato elaborare uno stato dell'arte della situazione di questa regione, dall'altro cercare di capire concretamente come riescono a resistere queste sale, su cosa innovano, su cosa investono, rappresentando vere e proprie best practice».

Gestori che hanno deciso di rispondere alla crisi non tanto con i film in sé, quanto con l'esperienza della sala, senza limitarsi a vendere biglietti ma costruendo negli anni un senso di appartenenza e consolidando comunità fedeli. Tra questi, Sabrina Baracetti, che con Thomas Bertacche è l'anima del Cinema Visionario di Udine. «L'esperienza cinematografica in sala è per noi centrale, e ciò in tutta la proposta culturale che abbiamo cercato di fare per la città, per il territorio e a livello internazionale, con eventi a cominciare dal Far East Film Festival. Siamo cresciuti partendo dal mitico Ferroviario pensando che l'esperienza cinematografica in sala sia un'esperienza fondativa e che vada salvaguardata».

«Ovviamente questo non basta - specifica -. Con il Visionario abbiamo cercato di costruire anche un ambiente adatto affinché il pubblico decida di trascorrere del tempo della propria vita all'interno di una struttura con determinate caratteristiche. Prima di tutto, con la tecnologia. Abbiamo sempre puntato sulla spettacolarità del cinema: in fondo, il cinema è un dispositivo, e deve seguire anche quelli che sono i ritrovati nella scienza. Le due sale che abbiamo ricavato, interrate, scure, hanno un rapporto tra platea e schermo perfetto; poi c'è il nuovissimo Dolby Atmos, che ti porta a vivere il cinema in una maniera quasi immersiva: ti ritrovi esattamente al centro dell'universo sonoro del film. Poi abbiamo lavorato su tutt'una serie di altri fattori: comfort, servizi, ampliamento del target di pubblico. Il cineclub resta nello spirito ma è mutato in una proposta contemporanea; ci sono nuovi spazi aggiuntivi, la mediateca, il bar, il ristorante; sono state pensate fasce orarie diverse - per l'inverno abbiamo creato le mattinate con la colazione, che han riscosso un successo importante -: tutto per rendere il Visionario un posto sempre vivo che non chiude mai».

Una filosofia condivisa anche da Francesco Ruzzier del Cinema Ariston di Trieste. «La cosa che meno si riesce ad avere da una piattaforma è una guida - sottolinea -. Gestire oggi un monosala come l'Ariston significa invece restituire una programmazione con una linea editoriale riconoscibile, dove i contenuti sono selezionati e presentati con cura». Per Ruzzier la scommessa è costruire un dialogo costante con gli spettatori.

«La vera sfida è proporre esperienze che vadano oltre la singola visione, attraverso rassegne, focus, appuntamenti ricorrenti, non limitati al film del momento che vanno a vedere tutti ma a un lavoro più in profondità». Tra le scelte più significative adottate c'è stata quella di programmare i film esclusivamente in lingua originale: «All'inizio qualcuno si è lamentato ma questa scelta ci ha consentito di intercettare un pubblico nuovo e più giovane. Ora stiamo puntando sui Freaky Friday, con film più sperimentali o di genere: l'idea è di lavorare su appuntamenti fissi che permettano di lavorare in continuità, fidelizzando un pubblico che venga a vivere lo spazio anche oltre la fruizione della sola visione».

Esperienze diverse, dunque, ma unite da un principio comune: la sala cinematografica continua a sopravvivere quando riesce a diventare qualcosa di più di un luogo di proiezione, trasformandosi in uno spazio culturale e sociale capace di creare relazioni, identità e comunità.

 

Riproduzione riservata © Il Piccolo