Classici cancellati negli Usa non è questione di razzismo ma una scelta di mercato
la polemica
Uno dei rischi della felice globalizzazione è l’illusione della vicinanza, l’equivoco della similarità che ci porta a pensare che le società si assomiglino tutte e i dibattiti, come le democrazie, siano esportabili a cuor leggero.
La semplificazione sta sempre in agguato, come un parente scomodo, dietro le migliori spinte globali, e così si aprono le trappole dei fraintendimenti che trasformano concetti e questioni cruciali in dibattiti alla moda.
È quello che accade, di questi tempi, attorno alle questioni legate alle cancel culture, ovvero attorno a quel movimento tutto americano traducibile come “cultura della cancellazione”: la tendenza a rimuovere dalla produzione culturale persone o aziende considerati colpevoli di aver sostenuto valori contrari ai diritti delle minoranze, alla parità di genere, all’uguaglianza.
Trasporre questo dibattito al di fuori del suo contesto significa però polarizzarlo verso due estremi ugualmente oziosi: la dittatura del politicamente corretto e la naturale difesa della libertà di parola.
Se da un lato il fenomeno della cancel culture negli Stati Uniti sta generando effetti allarmanti che rendono il campo della libera espressione intellettuale un terreno minato, è altrettanto vero che il dibattito è drammaticamente centrale in un paese che esulta perché Derek Chauvin, il poliziotto che ha ucciso George Floyd, è stato dichiarato colpevole a processo, cosa per nulla scontata.
Riportare questo dibattito al mondo europeo spesso ha significato banalizzarlo e perdere quella complessità decisiva per il dialogo tra culture.
È un rischio a cui ci si espone leggendo la notizia per cui la prestigiosa Howard University, una delle più influenti istituzioni afro-americane di alta formazione, avrebbe di recente chiuso il dipartimento di studi classici e questo, stando alle ricostruzioni frettolose, nello sforzo di togliere centralità al canone occidentale dando spazio ad altri canoni. Non è difficile immaginare come una lettura di questo tipo sia politicamente manipolabile. Ma è davvero una battaglia delle “culture minoritarie” contro il predominante canone occidentale, o questa è una lettura che fa molto comodo a certe parti politiche che questo dialogo con le minoranze vogliono mettere in questione?
«Bisogna prima di tutto capire le ragioni di questo smantellamento» spiega Chiara Marchelli, scrittrice e titolare della cattedra di Italiano e Scrittura Creativa alla New York University. «La spiegazione ufficiale di “altre priorità educative” non significa nulla. Mi chiedo cosa non è stato fatto da parte dell’università per nutrire e difendere il dipartimento. Se fosse un problema di studenti che non sono più attratti dallo studio dei classici?»
La questione appare così subito più complessa. «C’è un timore condiviso tra chi insegna in dipartimenti umanistici» continua Marchelli. «Questi insegnamenti vengono sempre meno protetti, a favore di un’istruzione che tenda a saperi più specifici, a strumenti che siano immediatamente utili per la gestione del mondo più che per la sua comprensione». «Questo - dice ancora Marchelli - è un segnale preoccupante. Si smette di riflettere, ricordare, scendere in profondità, quel che rimane è lo strato sottile e fragile di un sistema di nozioni che oggi magari serve ma che domani è già obsoleto».
La scelta dell’università di Howard appare quindi grave, ma per ragioni diverse, su cui è opportuno riflettere anche nel nostro contesto nazionale dove all’istruzione umanistica è spesso svilita come inutile e opposta a quella tecnico-scientifica in modo pregiudiziale.
«Sull’abolizione dei classici nelle università, l’America non ragiona in maniera dissimile da noi» dice Andrea Bajani, scrittore candidato al premio Strega e docente alla Rice University di Houston, Texas. «A guidare queste decisioni è un unico pensiero ed è il pensiero unico del mercato. Ciò che non produce denaro è improduttivo». «L’umanesimo - spiega ancora Bajani - ha perso sotto la scure delle scienze applicate e della velocità dei flussi finanziari. La pandemia ha reso evidente che l’umanesimo arranca, assassinato dai due poli di questa emergenza del secolo: la medicina, nella sua declinazione farmaceutica, e l’economia. Ciò che riguarda l’umano non è pervenuto».
Ma è davvero inutile studiare i classici? «I classici ci insegnano a tenere insieme uomo e scienza, l’anima e la biologia e la fisica» continua Bajani. E aggiunge: «Toglierli di mezzo, in Italia come in America, lascia campo libero alla combinazione scienza/finanza. In America però questa tendenza è più complessa che in Italia e risponde a logiche più progressiste, perché in molti dipartimenti si cerca di eliminare ciò che è “occidentale” per sostituirlo con ciò che è globale».
Il dipartimento della Howard University infatti non è stato cancellato ma smembrato, disperdendo i suoi insegnamenti in aree più trasversali.
Quello che allora appare urgente è la necessità di riflettere su un’organizzazione della scuola e dell’università che, abbandonando manicheismi e logiche di mercato, sappia riportare al centro l’importanza di una formazione umanistica profonda e articolata, non opposta a quella scientifica, e al tempo stesso sappia allargare confini dei saperi per renderci capaci di abitare la complessità del nostro mondo con consapevolezza e fiducia. —
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