Come cambia il lavoro in Italia fra licenziamenti, nuovi mestieri e trasformazione del welfare

Leggere storie di persone e luoghi, per cercare di capire il senso dei cambiamenti che l’innovazione determina sul lavoro, le relazioni sociali, le possibilità di futuro. Ne scrive Gianfranco Bettin in un romanzo scabro e forte, essenziale e bellissimo, “Cracking” (Mondadori, pagg. 187, euro 17) costruito negli spazi lucenti e terribili del Petrolchimico di Porto Marghera, simbolo della modernità del Novecento ma anche delle sue più drammatiche contraddizioni. Il protagonista, Celeste, entra in scena nella notte, vestito di nero, da scalatore, mentre s’arrampica sulla “torcia”, la ciminiera dello stabilimento, sfidando il freddo, il vento e i ricordi. Prepara un gesto clamoroso, per cercare di incidere sul destino degli ex compagni della NewChem, sulle soglie della liquidazione. E lì, nel buio gelido, ritrova le immagini d’una vita grama e felice, tra l’adolescenza tagliente (il padre morto di cancro da inquinamento sul lavoro, le bravate da banda criminale), la scoperta dell’equilibrio da operaio specializzato in fabbrica, con l’intreccio tra diritti e doveri, conoscenza e lotte sindacali, l’allegria d’una storia d’amore finita troppo presto nel lutto, la fatica di ricostruire una vita. Nelle pagine, i contrasti tra lavoro e salute, le speranze collettive frantumate, le amicizie personali recuperate. Un affresco potente di questa nostra controversa contemporaneità.
Tensioni sociali. E riflessi politici, fuori dalle tradizioni che durante il secolo scorso hanno legato il lavoro ai partiti di sinistra. Sta cui il centro dell’analisi e del racconto di Didier Eribon, sociologo, in “Ritorno a Reims” (Bompiani, pagg.224, euro 18) (da cui il regista Thomas Ostermeier ha tratto uno spettacolo quanto mai stimolante andato in scena, dopo Manchester, al Piccolo di Milano, con Sonia Bergamasco, Rosario Lisma e Tommy Kuti): la vergogna delle origini operaie, la frattura familiare segnata dall’aver studiato e scelto Parigi invece che la provincia industriale, lo spostamento a destra di larga parte dei lavoratori, per senso di tradimento e ricerca di nuove protezioni sociali, pur se illusorie e stravolte dalla propaganda nazionalista e razzista attraverso i social media. Difficile ritorno a casa, nel libro di Eribon. Contrastato bagno di realtà, per la cultura di sinistra.
Pesano anche le tecnologie digitali che, cambiando il lavoro, ne trasformano le funzioni, cancellano mestieri tradizionali e ne creano di nuovi, di cui comprendere sostanza e professionalità. “Il lavoro che serve” (Guerini, pagg.191, euro 19,50), scrivono Annalisa Magone, presidente del centro di ricerca Torino Nord Ovest e Tatiana Mazali, ricercatrice al Politecnico di Torino e cioè “quello che le macchine trasformano ma non eliminano”. Il fenomeno che chiamiamo “Industria 4.0” è un’impetuosa mutazione di meccanismi produttivi e distributivi. E, in Italia, è fondato soprattutto sulle capacità e sull’intelligenza creativa di persone, di cui si definiscono conoscenze e compiti, anche con definizioni suggestive: l’ingegnere di nuova concezione e quello “agile”, l’architetto delle pompe, l’operaio aumentato, l’informatico dei mobili, il codificatore di nascosto, lo specialista del vetro, il ricercatore in fabbrica, l’apparatrice della latta e la rettificatrice silenziosa. Leggere, per capire e fare meglio.
I cambiamenti del lavoro riguardano anche il welfare. Da riformare. Ne scrive Giacomo Pisani, filosofo, in “Welfare e trasformazioni del lavoro” (Ediesse, pagg. 268, euro 15) la “rottura postfordista” travolge i legami tra cittadinanza, lavoro e diritti sociali, che hanno segnato positivamente le culture politiche ed economiche del Novecento. Bisogna ragionare su innovazione ed “economia delle piattaforme”, insistere su nuovi rapporti “tra servitù ed autonomia”, andare “oltre il welfare state” e capire come costruire “reddito minimo garantito e inclusione sociale” guardando anche alle “esperienze di solidarietà, condivisione e cooperazione che in tutta Europa costruiscono nuovi spazi di relazione, facendo i conti con le contraddizioni del mercato”. —
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