Com’è difficile trovare una “Cara pace” nella famiglia
L’infelicità è qualcosa che si impara da piccoli e in genere in famiglia. Certo ognuno a suo modo, come recitava quel celebre incipit, un imprinting emotivo da cui è difficile liberarsi. Possiamo anche essere scettici nei confronti della psicoanalisi, ma non ci vuole molto per intuire che anche le emozioni “si imparano” per cui è lì, in famiglia che assorbiamo la prima idea e la prima pratica d’amore. Le cose possono andare bene o male, sta di fatto che si tende a ripetere le prime esperienze emotive anche da adulti.
Quella che ci propone Lisa Ginzburg con “Cara pace” (Ponte alle Grazie, pag. 256, euro 16), è la storia di una famiglia come tante, una famiglia che inizia bene il suo percorso, almeno finché non c’è un imprevisto. In questo caso è la madre, la bellissima Gloria, che si innamora di un altro uomo, al punto tale da rifarsi una vita, abbandonando le figlie e il marito. Crescono così Maddalena e Nina, quasi orfane di genitori senza esserlo, perché pure il padre vive per la maggior del tempo a Milano, lontano da Roma e affida le figlie alle cure di una sorta di giovane governante, Mylène, unico profilo stabile che non a caso cresce le due bambine (anche) nella più solida disciplina sportiva. In mezzo ci stanno tutti i dolori di una coppia che si separa per la presenza di un terzo elemento, quindi le vendette, la fatica, le frustrazioni del genitore abbandonato e tradito.
E abbandono e tradimento sono anche i tasselli della dinamica degli stati emotivi di Nina e Maddalena, sorelle dal temperamento opposto, eppure i loro modi di reagire alla vita saranno sempre motivati da quell’imprinting famigliare: la difesa da abbandono e tradimento. Ginzburg sa descriverli perfettamente, quei modi, stazionando a lungo sulle diverse forme di difesa, ma che per entrambe rappresentano un carapace, uno scudo alla loro ideale solitudine, dove esiste solo il loro reciproco amore, l’unico di cui si fidino. Così Maddalena (voce narrante), ci conduce dall’infanzia all’età adulta, alle soluzioni individuate da entrambe per ottenere un po’ di felicità. Soprattutto ci conduce a un twist che “reintegrerà” la figura della madre, un piccolo colpo di scena ben escogitato, perché non ce lo aspettiamo da chi lo compie. Il tutto per farci intendere quanto sia difficile qualsiasi giudizio, a proposito dell’idea di famiglia, perché al di là degli archetipi, vero è che una famiglia è fatta anche di dolore, un dolore che separa ma anche unisce. Se per difendersi dal passato è meglio costruirsi un carapace (uno scudo), alle volte bisogna anche rimuoverlo per ottenere una cara pace. Ginzburg si avvale di una scrittura impeccabile, misuratissima, a tratti quasi fredda ma per questo lirica, evocativa. Ogni personaggio ci restituisce un profilo complesso, così come i sentimenti contrastanti sono quanto di più prensile e vicino alla realtà. —
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