«Con Spaccapietre diamo voce agli invisibili delle terre di Puglia»

l’intervista
Un filo sottile, tracciato nel tempo, unisce le vite di due donne realmente esistite, vittime di caporalato e morte di fatica durante il lavoro nei campi. Da qui prende ispirazione “Spaccapietre”, l’ultimo film dei fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio che verrà proiettato oggi alle 20.30 al Cinema Ariston di Trieste. La pellicola, unico film italiano in concorso alle Giornate degli Autori della settantasettesima Mostra del Cinema di Venezia, è dolente e delicata, e racconta la storia di Giuseppe (Salvatore Esposito), uno spaccapietre in difficoltà economica ed emotiva che assieme al figlio Antò (Samuele Carrino) è costretto a trovare alloggio e lavoro in una tendopoli, con altri braccianti stagionali. Questa sera, Gianluca De Serio introdurrà l’evento, incontrando il pubblico dell’Ariston.
Non è la prima volta in cui, lei e suo fratello, trattate drammi sociali e storie di persone che vivono ai margini.
«Sì, è così - risponde De Serio -. Non solo cerchiamo di parlare degli “invisibili”, ma anche della nostra incapacità di vederli. Sono persone che vivono situazioni di sradicamento e spaesamento, incarnano la perdita o la ricerca dell’identità nella società contemporanea. Nella vicenda di Giuseppe e Antò, padre e figlio che cercano di appigliarsi a radici ma si ritrovano in un baratro di violenza, sofferenza e sopraffazione, vediamo una condizione quasi paradigmatica».
La trama nasce da una vicenda realmente accaduta, che tocca il tema del caporalato. Perché l’avete scelta?
«Quando abbiamo letto di Paola Clemente, la bracciante morta nel 2015 nelle terre della Puglia, abbiamo sentito la necessità di collegare la sua storia a quella di nostra nonna, anche lei pugliese, deceduta a 35 anni incinta di due gemelli (come siamo noi), mentre lavorava nei campi».
È stato quindi un modo per valorizzare la figura di vostra nonna?
«Come ci è stato raccontato, nostra nonna aveva una grande forza d’animo e lottava per la condizione dei braccianti, tanto che aveva fondato la camera del lavoro e aveva occupato alcune terre. Per noi è un’icona e una guida idealistica e politica. Il film è un omaggio a lei, ma è anche un tentativo di riconnetterci con la sua anima».
Siete legati a Trieste?
«Siamo molto contenti di tornare a Trieste, dove in qualche modo il film ha cominciato il suo viaggio ancor prima della sua anteprima a Venezia, perché è qui che ha vinto il premio “This is it” nell'ambito del Festival di Trieste. Siamo molto legati alla città, al suo festival, alla sua gente». —
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