Cristina Gregorin menzione al “Calvino” con “L’ultima testimone”



Non sarà che la Giustizia è una dea appostata in attesa, più strettamente bendata ancora della Fortuna? Perché viene da pensare che mentre la Fortuna è perseguita sempre con accanimento, nella Giustizia si può anche inciampare per caso.

Accade così con l'indizio lasciato sul letto di morte dal quasi centenario Bruno Tommasi che invoca la ricerca de "L'ultima testimone", colei che rappresenta il punto d'appoggio della leva destinata a sollevare la cortina calata sul passato doloroso e irrisolto non solo delle singole persone. Teatro dell'azione Trieste, nobile di palazzi e di sentimenti, come ce la raffigura Cristina Gregorin nel suo primo romanzo, anch'essa presenza viva e pulsante ma non priva di insidiosi angoli ciechi. Con “L’ultima testimone” Gregorin, tra gli otto finalisti al Premio Calvino per esordienti, si è guadagnata ieri sera la menzione speciale della giuria, che le è stata conferita nella cerimonia al Circolo dei lettori di Torino. Il Premio Calvino è stato vinto da Gennaro Serio. Si legge nella motivazione del riconoscimento a Gregorin: «Per la capacità di affrontare in modo obiettivo ed empatico la scabrosa pagina della storia italiana che ha per protagoniste Trieste e l’Istria, fra guerra e dopoguerra tra conflitti etnici e politici in un complesso quadro internazionale. L’agire ambiguo dei personaggi gioca a favore della trama e della suspense ponendo in risalto il tema della moralità dell’azione».

Parte tutto dalla figura volitiva del Tommasi che si impone con il giovane medico refrattario a raccogliere la sua ultima volontà: riferire alla famiglia di chiarire il suicidio del fraterno amico Vasco Cekic avvenuto quarant'anni prima, nel 1976. La figlia Anita tormentata dai presagi, contatta, quasi con piglio ricattatorio, la dottoressa Francesca Molin, ginecologa a Milano, la riottosa testimone che non ricorda. O finge di non ricordare, o ha rimosso una tragedia che le è occorsa nella prima adolescenza.

Anche se il nodo, incluso quello che saldava le coscienze in un groviglio di sentimenti contraddittori, si scioglierà nelle ultime febbrili trenta pagine, il dramma familiare riflette il dramma storico coagulato fin nei primi dialoghi dei protagonisti. Roberto, medievalista nipote di Bruno e figlio di Anita; Mirko, collega e amico di Roberto, specializzato nello studio della violenza postbellica del ’900; Alba, nonna di Francesca e amica di Bruno. Poi Liliana, che ormai vive solo nei ricordi, ex partigiana dell'Istria, donna volitiva e di singolare coraggio. Su tutto veglia la presenza discreta di un ispettore di polizia, Giuseppe Arturi, incuriosito dal "cold case".

L'autrice del romanzo, che sostiene dialoghi e digressioni con disinvolta capacità, affronta senza reticenze, guidata da elegante equilibrio, il sensibile tema del confine orientale dell'Italia e delle vicende di Trieste negli anni '40, sembra di capire, anche attingendo a vicende personali. —

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