Rivendicare l’arte nell’epoca dell’artificio: la guida di J.F. Martel
Dal caso Nolan alle derive digitali: come la creatività umana può sopravvivere alla possessione computazionale e all'ipertrofia d'immagini

L’attesa rilettura dell’Odissea omerica del regista Christopher Nolan ha suscitato – sia prima che dopo l’uscita nelle sale cinematografiche – vespai di polemiche e antagonismi feroci tra quanti ne stigmatizzano il risultato e chi invece lo celebra con entusiasmo.
Le ragioni sono svariate e nella maggior parte dei casi sembra che la contesa sia alimentata da opposti conformismi. Si pone dunque la questione se – in questa nostra contemporaneità contraddistinta da visioni manichee, da una ipertrofia d’immagini e da input digitali – sia ancora possibile un approfondito e ragionato giudizio critico sull’arte.
Temi questi affrontati dal poliedrico saggista e filmmaker canadese J. F. Martel in “Rivendicare l’arte nell’epoca dell’artificio” (Neri Pozza, traduzione di Teresa Albanese, introduzione di Donna Tartt, pp.172, € 22.00), essenziale guida “psiconautica” per un viaggio tra gli arcani della creatività umana.
Oscar Wilde sosteneva che l’arte fosse totalmente inutile, la sua potenza infatti risiede nella sua impossibilità pratica. C’è un filo sottile e perpetuo che unisce le pitture rupestri della grotta di Chauvet, databili intorno a trentamila anni fa, i dipinti di Delacroix, un racconto di Dostoevskij e i film di Tarkoskij: ovvero l’imprescindibile necessità di dare forma all’immaginazione.
J. F. Martel – evocando la capacità d’astrazione e d’immaginazione ispirata dal monolite agli ominidi di “2001 Odissea nello spazio” di Kubrik e la conseguente creazione del primo atto culturale – sottolinea come la scintilla che ha dato l’avvio alla civiltà sia stata la capacità dell’uomo di conferire materia ai sogni. Siamo tutti figli di un’espressione artistica fondativa.

Riprendendo quanto afferma Joyce in “Un ritratto dell’artista da giovane” l’autore ci ricorda quali siano le qualità fondamentali per definire l’opera artistica, riconducibili alla celebre trinità tomistica: integritas (integrità o perfezione), consonantia (proporzione e armonia) e claritas (splendore, luminescenza): le tre dimensioni ortogonali del Bello che si manifesta come simbolismo conchiuso e statico dinamismo nella capacità di cogliersi nell’osservatore e, come affermerebbe Kant, rivelare il sentimento interrogativo del Sublime. L’arte rappresenta il varco sulla trascendenza immanente del Reale, frattura tra cosmo e “chaosmos”.
A causa delle sue stesse ambiguità, l’arte cova in sè l’insidia d’essere confusa con l’artificio. Lì dove il contenuto simbolico del segno viene meno, lo scopo del messaggio diviene sempre più didascalico e “pornografico”, cioè finalizzato all’eccitazione dei desideri e alla formazione di consenso.
Da sempre, politica e società hanno tentato d’imbrigliare le fertili forme della creatività per incanalarle in pratiche d'utilità sociale e renderle strumento di controllo. È la dimensione del lavoro che prova a domare la dimensione del gioco.
Come anticipato da Benjamin, nell’età moderna, tra l'ancestrale contesa fra estetica della prassi e estetica della trascendenza, è entrata in campo l’evoluzione tecnica con una capacità sempre più sofisticata di amplificazione e replicazione dei segnali e una pervasività connettiva che ha reso via via più difficile distinguere l’artificioso dall’artistico.
Radio, ma soprattutto cinema e televisione hanno fornito nuovi strumenti alle ideologie dominanti e alla loro dimensione retorica per influenzare e indirizzare il pensiero delle masse. La promessa di una facile soddisfazione di bisogni fittizi ed edonistici, assieme allo show più grande della storia, la minaccia dell’apocalisse atomica, ha condizionato nel tempo una larga parte del pubblico, ipnotizzato da un diapason oscillante tra Eros e Thanatos.
L’autore descrive l’individuo contemporaneo fluttuante in un oceano d’immagini, di dati ad alta frequenza e rappresentazioni assemblate dall’Intelligenza artificiale, relegato da Internet e Cloud in una dimensione spettrale d’interattività passiva dove finisce per dominare l’estetica del kitsch e una manifesta ipocrisia.
Questa possessione computazionale dei sensi può essere contrastata dalla nostra sensibilità artistica e dalla nostra capacità di immaginare. In equilibrio tra apollineo e dionisiaco, tra razionalità e follia, l'Arte è il sentiero non tracciato nel bosco. Come Nietzsche, F.J. Martel rivendica il cammino di Zarathustra.
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