Da piccolo borgo autonomo di diritto feudale a cosmopolita città-porto
La trasformazione di Trieste nel XVIII secolo nel saggio dello storico Elio Apih ripubblicato da Laterza

L’inconciliabilità tra l’etica solidale del villaggio materno e la morale edonistica e competitiva della città emporiale, sottendono all’incapacità del protagonista di “Una vita” di Italo Svevo di uniformarsi alla borghesia triestina. Il divario tra la città e il suo entroterra, così efficacemente descritto da Svevo, non era il prodotto d’una evoluzione spontanea e casuale, ma affondava le sue radici in precise strategie politiche ispirate alle teorie illuministe settecentesche che erano state adottate dalla corte di Vienna. Con la riedizione di “La società triestina nel secolo XVIII” (prefazione di Fulvio Salimbeni, pp. 225, € 20, 00), dello storico e politico triestino Elio Apih (1922-2005), l’editore Laterza, ripropone al lettore un’opera seminale della storiografia locale, uno strumento prezioso per la comprensione della trasformazione di Trieste da piccolo borgo autonomo di diritto feudale a principale scalo adriatico e primo porto dell’impero austriaco.
La svolta avvenne nel 1717 quando, dopo la conquista della Sicilia e del regno di Napoli, per garantire collegamenti marittimi affidabili l’imperatore absburgico Carlo VI dichiarò «sicura e libera la navigazione del mare Adriatico». Ne seguì nel 1719 un diploma imperiale che statuiva porto franco gli scali di Trieste e Fiume che andavano ad aggiungersi a quello di Messina.
Nel 1735 la città contava solo 3.875 abitanti che arrivarono a 20. 900 nel 1800. I vantaggi fiscali e gli incentivi economici per lo sviluppo portuale e commerciale erogati dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria contribuirono a stimolare l’immigrazione di maestranze dall’area mediterranea.

Nel 1749 città e borgo vennero accorpati a un’Intendenza Commerciale e quindi assoggettati a Vienna in tema di dazi e dogane. Iniziò così a delinearsi un rapido sviluppo demografico e urbanistico extramurale (Borgo Teresiano), mentre il mercato dei prodotti d’importazione (come il sale e l’olio) minò le rendite del patriziato cittadino e favorì lo sviluppo di un proletariato urbano. Una nuova classe mercantile antepose a una filantropia d’ispirazione medievale il primato economicista del “lucrum in infinitum”. «Il vizio privato divenne beneficio pubblico».
Pigrizia, svogliatezza e inettitudine vennero stigmatizzate come mali sociali, fino ad arrivare ad abolire molte festività. Di contro, i pilastri su cui si basava la nuova società cosmopolita furono la tolleranza, la fiducia e l’attivismo.
La lingua italiana, idioma ufficiale della Borsa e dei commerci col Levante, fu rafforzata dall’immigrazione veneziana seguita alla capitolazione della Serenissima all’Austria (Trattato di Campoformio, 17 ottobre 1797), nonché dal monopolio indigeno delle attività marinare. A fine ’700 i poteri della direzione cittadina vennero limitati a seguito della politica d’accentramento amministrativo varata dall’imperatore Giuseppe II, per poi essere ripristinati nel 1849.
Paradossalmente, questa evoluzione capitalista e multietnica contribuì a consolidare il particolarismo e l’italianità di Trieste, aumentando lo iato culturale e ideologico tra la città e l’hinterland rurale e slavofono. Balzata repentinamente nella modernità, Trieste continuò a preservare elementi del suo passato comunale, idealmente anche attraverso circoli di cultura come Il Gabinetto di Minerva o l’Arcadia Romano-Soziaca.
Con questo saggio, corredato da una ricca appendice documentale, Apih ci riconduce ai prodromi della Trieste contemporanea, all’origine della sua eccezionalità. —
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