Da Salvini a Trump, le parole dei populisti sono una strategia

Il politologo Duncan McDonnell e il linguista Stefano Ondelli ne parlano oggi all’Università



Si può sorprendere ancora qualcuno parlando di populismo, o la reazione sarà di malcelata insofferenza liquidata con uno sbadiglio, come a dire, già sentito tutto e il contrario di tutto? La risposta è sì, si può sorprendere, soprattutto quando due docenti affrontano l’argomento da un punto di vista inusuale chiedendosi “Parlano davvero così chiaro? I populisti in Italia, Francia, Regno Unito e Stati Uniti”, risultato del loro studio intrecciato che sarà presentato oggi alle 17 nella Sala Atti dell’università di Trieste in piazzale Europa.

Un sodalizio nato tra i banchi della Scuola Interpreti, quello tra Duncan McDonnell, dell’Università di Brisbane in Australia e Stefano Ondelli, dello Iuslit di Trieste, rispettivamente scienziato della politica il primo e linguista il secondo, che si è rafforzato in venticinque anni di ricerche, spesso in comune.

Al minestrone “populismo” ciascuno aggiunge qualche ingrediente che giudica imprescindibile. Voi come vi siete regolati?

Ondelli: «Di norma gli studi scientifici dei politologi sono eseguiti su campioni arbitrari e molto parziali. Insomma viziati in partenza. Invece noi non siamo partiti da una tesi precostituita. Inizialmente abbiamo costruito un modello equilibrato, che eravamo in grado di controllare dal punto di vista linguistico, ponendo grande cura nella selezione dei materiali. Successivamente abbiamo preso in esame i discorsi tenuti dai leader di fronte ai simpatizzanti in modo da escludere autocensura o adulazione».

McDonnell: «In totale abbiamo raccolto i discorsi di dieci politici nel momento in cui erano segretari di partito, analizzando centomila parole per ciascuno: il minimo affinché il risultato sia statisticamente valido. Abbiamo incrociato i populisti Salvini, Le Pen, Farage, con Macron, Renzi, Alfano, Cameron e Millibran? Per gli Stati Uniti, la Clinton e Trump quando erano candidati presidenziali».

E - pare di capire che la domanda che vi ponete è retorica- parlano davvero così chiaro?

McDonnell: «Non direi. Spesso sono licenze giornalistiche che restano come un moto perpetuo. “Trump si esprime come un bambino di IV elementare” gridava un titolo. Vero, ma ciò solo in un suo discorso. Paradossalmente la Clinton risulta più sciatta e ripetitiva. Macron più grigio di Marine Le Pen. Liquidare come semplici i codici espressivi di un politico significa sottovalutare la portata dei messaggi».

Ondelli: «Salvini parla scarnificando la sintassi, ma dalla sua comunicazione via web emerge una capacità più creativa dal punto di vista lessicale. Non sempre, osservo io, ciò che è breve è anche semplice. Scusate, ma Ungaretti scriveva forse poesie semplici? Eppure era sommamente breve».

Forse si confonde l’essere aggressivi e diretti con la semplicità?

Ondelli: «Spesso il linguaggio evoca i desideri dell’interlocutore, applicando la tecnica dello spot pubblicitario, ad esempio. Ma se evoca, significa che è una strategia studiata, pensata e raffinata. Tutto il contrario dell’impulso o dell’ispirazione che sembra almeno un tratto comune dei populismi».

Ma esiste un consenso accademico sulla definizione “populismo”?

McDonnell: «Sì. Si tratta di un’ideologia che considera la società divisa in due gruppi omogenei e antagonisti: da un lato il popolo, ricettacolo di tutte le virtù, custode delle tradizioni. Dall’altro le élites corrotte per antonomasia che hanno usurpato la democrazia. La destra tende a concentrarsi sul concetto entico, di qui la sua retorica sull’immigrazione e l’enfasi posta sulla sovranità nazionale. Per la destra, il popolo è aggredito anche dal basso: dagli “altri”. La sinistra è più inclusiva, la sua concezione di popolo non è strettamente etnica e territoriale. In comune diffondono lo stereotipo che la politica viene resa complicata per una precisa strategia che un leader sa denunciare».

Ondelli: «E quando il leader è l’unico rappresentante del popolo, che necessità c’è di opposizione e contrappesi di potere? L’idea che tutti gli avversari appartengano all’élite corrotta li legittima. Di qui il paradosso: prima dal partito nasceva un leader, ora il leader dà nascita a un partito. Un concetto semplice ma può dare propulsione a reazioni emozionali dagli esiti imprevedibili. Smontare il linguaggio e osservarlo nei dettagli significa svelare il senso che si nasconde tra le sue pieghe».

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