Dagli horti medioevali ai “connettori naturali” storie di alberi e giardini

Nei libri di Carlo Tosco e David George Haskell un viaggio alla scoperta degli spazi verdi

la recensione



In principio fu un giardino. Ma l’Eden non era un resort stellato dove gustare mojito allungati su una sdraio occhieggiando l’iPad, la Bibbia lo immaginava come uno spazio di lavoro e di responsabilità che Dio aveva affidato ad Adamo. Come sia andata a finire è noto, ma da quella volta il giardino è stato interpretato come un Giano bifronte di svago da una parte e fatica dall’altra. Ai monaci benedettini che si rifugiavano nei chiostri per conciliare il loro ora et labora a contatto con la natura, per i quali la contemplazione era anche cura dei frutti del Creato, rispondevano i Medici, che nelle loro dimore alle porte di Firenze ospitavano il cenacolo platonico di Marsilio Ficino. Chissà quante alate discussioni sotto i due pergolati a sostegno delle viti che si affacciavano su una scacchiera di aiuole quadrangolari, secondo quello che era il carattere del giardino toscano.

Cos’è allora un giardino? Il paesaggista Carlo Tosco lo definisce un “luogo separato dall’ambiente attorno dove poter godere della natura” e in “Storia dei giardini” (Il Mulino, pagg. 227, euro 18,00) ripercorre le diverse funzioni che questi luoghi hanno rivestito nel mondo occidentale fino ai paradisi dell’Islam. Nella Roma repubblicana le passioni politiche che infiammavano gli animi nel Senato non lasciavano spazio a una dimensione raccolta come quella di un giardino. È nell’età imperiale che il contatto con la natura e la cura dei giardini comincia a essere considerata un impegno virtuoso degno di un uomo di lettere; Plinio il Giovane, ad esempio, ne curava personalmente gli allestimenti. Ma gli horti sono anche un modo per sfoggiare il proprio di potere. La Domus Aurea di Nerone si meritò il suo nome per lo sfarzo, le decorazioni e le passeggiate coperte tra boschi, fontane, specchi d’acqua.

Nei grandi giardini tra il Quirinale e il Pincio Sallustio, lo storico che aveva raccontato la congiura di Catilina, aveva fatto collocare statue colossali ispirate alla scultura egizia, ma quelli che ci sono meglio noti, grazie all’archeologia e a resoconti di Marziale, sono i giardini che adornavano il Palatino, che restava il simbolo del potere imperiale, in cui i palazzi erano abbracciati da allori, platani e pini. La crisi della civiltà romana e la disgregazione dell’impero colpiranno anche i giardini delle ville urbane ed extraurbane, come Villa Adriana. Abbandonata e riconvertita a usi agricoli, il suo canopo, reso celebre dal romanzo della Yourcenar, si riempirà di vigneti. Questo interesse per i giardini e il paesaggio si allarga in questi ultimi anni a una viva attenzione per la conoscenza e la tutela del patrimonio ambientale. Argomento attorno al quale c’è tutto un fiorire di studi, perché la traccia verde si presta a essere indagata da vari punti di vista. Accanto all’aspetto storico si è fatta strada una riflessione di tipo innovativo, come nel caso dello scienziato e divulgatore Stefano Mancuso o filosofica, perché soffermarsi sul nostro rapporto con la natura ci fa scendere dal piedistallo di superuomo narcisista.

Una sintesi tra questi punti di vista la offre il bel libro del biologo americano David George Haskell “Il canto degli alberi”(Einaidi, pagg. 297, euro 28,00), dedicato ai “grandi connettori naturali”. Mettendo l’orecchio sulla corteccia di 13 alberi e ascoltando il suono che percorre i tronchi, Haskell racconta con una brillante scrittura le diverse storie che risalgono alla superficie. Così l’ulivo di Gerusalemme affonda le radici nelle millenarie stratificazioni di un sottosuolo che palpita di storia e il pero di Manhattan rimbomba delle vibrazioni della metropolitana della città ombelico del mondo. Ogni albero, anche quelli morti, canta la melodia di una relazione col proprio terreno, sostiene Haskell. Tutti noi siamo una rete plurale di relazioni, ascoltare gli alberi è imparare ad abitare quelle relazioni che sono la fonte e la bellezza della vita stessa.—

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