Dal mito fino ai gazebo, tra suggestione e rovine: forse ci può risvegliare solo lo sguardo verso Est

TRIESTE. Non c’è scrittore, artista, animo inquieto che trovandosi a Trieste anche solo per qualche giorno non abbia dedicato alla città pagine di unanime suggestione. Eppure Trieste non ha l’aria da gran tour contemporaneo: mancano i musei zeppi d’arte universale, le vie del lusso e i suoi tesori sono disseminati con casualità e understatement che ne rendono faticosa la visita. Il resto della nazione poi non sa bene dove collocarla nella mappa: Trieste città di confine, ma quale? Avamposto dell’ovest a est o prima città slava d’Occidente? Trieste rischia di essere una Kaliningrad ugualmente seducente e intrappolata in un mito tutto letterario che si alimenta di rovine.
Città degli scrittori, si dice. Sarà un caso, ma i suoi maggiori autori se ne sono andati, esiliati da una città che tutto sommato li ha ignorati o se ne è fatta beffa, e quelli che sono rimasti hanno avuto fama altrove o, come Svevo e Pahor, all’estero prima che in città. Al contrario, nelle vie di Cavana proliferano scribacchini e aspiranti. Tutti “grandi di una grandezza latente”. Trieste ambiva al titolo di città Unesco della cultura e cosa ha fatto? Per qualche mese si sono riuniti pochi volonterosi cercando coraggiosamente di mettere in piedi un progetto.
A sostenere la candidatura era soprattutto la fiducia in un’evidenza: Trieste è cultura, dicevano, facendo un segno verso il mare. Allo stesso modo qualche anno fa, nel pieno dell’autonomia degli atenei e della guerra per accaparrarsi studenti, l’università cittadina non si pubblicizzava con master internazionali, ma con il mare e una barca a vela.
Eh già, l’edonistica provincia imperiale e la sua grandezza letteraria che fu, su cui ha costruito un orgoglio malinteso. Intanto emargina un presente pieno di ricchezza: i centri d’eccellenza scientifica sono isolati sulla collina o dopo Miramare; i suoi scrittori escono di casa tutt’al più per fare due tuffi all’Ausonia; il cinema si è concentrato nel promuovere produzioni dal resto d’Italia mentre i festival cittadini lavorano in sordina.
Arriva a Trieste Martin Parr, icona della fotografia internazionale, e alla domanda se sia intervistabile gli organizzatori rispondono che non sanno, faranno sapere, per poi sparire del tutto. Il Magazzino delle Idee, sembra deciso, è un polo importante per le mostre fotografiche e nel frattempo si dice addio ad Alinari.
Però a Ponte Rosso non mancano i gazebo di ghiottonerie, le grandi navi attraccano con costanza, e si moltiplicano bar e negozi di catena. Quanto all’arte scultorea, ignorando i tanti autori che a Trieste hanno dedicato opere immortali, si pensa che sia più opportuno celebrare un grande poeta nazionale che con la città ha avuto pochissimo a che spartire (e forse non a caso l’ispirazione dell’artista è uscita sbilenca). Insomma, ci si comporta come qualsiasi provincia senza storia, non come una candidata a capitale culturale.
Eppure questa città intrappolata tra la celebrazione delle rovine e uno slancio commerciale da bottegai, continua a incantare il viaggiatore. Si tratta, credo, di una fascinazione per qualcosa di impalpabile: l’aria dell’est che si respira guardando il golfo da piazza Unità. E forse non è altro che un’apertura alla circolazione – non tanto di merci ma di persone e idee – verso l’est familiare e mal digerito, verso quei Balcani che Trieste nasconde in cantina come il parente di cui vergognarsi mentre si sfoggiano le stanze mitteleuropee.
Forse, invece di pensare ai muri da costruire, dovremmo ricordarci che il Mediterraneo slavo è stato spesso centrale per le sorti dell’Europa e che l’Europa non vi può prescindere, ma al contrario ne ha bisogno per capire se stessa e il proprio futuro. E Trieste conosce la lingua per indagare le pieghe della storia e dei fatti che arrivano da est, per potere da lì guardare molto al di là.
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