Dal profugo Enea a Montalbano l’umanità in movimento tra le onde del Mediterraneo

È un mare interno, il Mediterraneo, “una sorta di enorme lago compreso tra lo stretto di Gibilterra e le coste del Medio Oriente, tra Venezia e Alessandria d’Egitto”. Eppure centrale, fondamentale...

È un mare interno, il Mediterraneo, “una sorta di enorme lago compreso tra lo stretto di Gibilterra e le coste del Medio Oriente, tra Venezia e Alessandria d’Egitto”. Eppure centrale, fondamentale nella storia della civiltà e ancor oggi carico di tensioni e valori molto più grandi della sua dimensione geografica. Lo raccontano, in modo originale, Amedeo Feniello e Alessandro Vanoli, storici, in “Storia del Mediterraneo in venti oggetti” (Laterza, pagg. 200, euro 20,00) parlando di pane e rete, chitarra e valigia, anfora e corallo, moneta e bussola, i pupi e la spada, la catena e il relitto, il barcone e la fontana. Storie di viaggi e di emigrazioni (emigrato era Enea, padre fondatore dell’Italia), guerre e commerci, dai tempi del mito all’attualità. Il Mediterraneo, attraverso quegli oggetti, è movimento, vicende che s’intrecciano, culture composite, lingue della guerra e degli scambi. Con lo sforzo di “allargare lo sguardo”, per cogliere, “tra il bello e il brutto” della Storia, la poesia nostalgica e speranzosa di un’umanità in movimento.

Il mare sono i suoi marinai. Di cui Mario Genco, uno dei migliori giornalisti italiani capace d’unire profondità di documentazione a qualità di scrittura narrativa, racconta viaggi e storie in “Gente di mare-Verso il Novecento” (Torri del Vento Edizioni, pagg. 204, euro 14,00), terzo volume d’una serie dedicata alla marineria siciliana, dal centro del Mediterraneo alle acque del mondo. Tutto comincia con l’esame di nomi d’imbarcazioni e persone del Registro navale di Palermo e delle altre città costiere. E va avanti parlando di brigantini e piroscafi, mentre le vele cedono il passo al vapore. Famiglie d’armatori e marinai, capitani avventurosi e mercanti, le prime donne sui documenti marittimi, i commerci e i naufragi, le ricchezze e la morte. L’epopea dei Florio. E una coppia di marinai siciliani intrepidi che, con ansia di mare aperto, chiamano il figlio Atlantico. Autentica poesia.

Il mare della storia e dei miti si può, appunto, navigare pure con un viaggio poetico, come fa Nathalie Handal in “Canto mediterraneo” (Ronzani Editore, pagg. 40, euro 12,00) in una bella collana, anche graficamente elegante, dedicata a “manifesti di poesia contemporanea”. La Handal, scrittrice franco-americana, è nata in una famiglia palestinese a Betlemme, vive tra New York e Roma, insegna alla Columbia University. E qui mette in versi memorie e sogni, radici antiche d’una appartenenza molteplice di luoghi di crescita e formazione, partenze e addii. Il suo Mediterraneo è fatto di sguardi e desideri, con la consapevolezza che “la musica ci riporta sempre alla città da cui siamo fatti” e che viaggiare è una profonda condizione dell’anima: “Da bambina credevo/ che Dio fosse nel vento/ che ci porta altrove/ che le partenze fossero ritorni/ seppellivo il sole/ nel portacenere di mio padre/ per vederlo negli occhi/ a Berlino o a Stoccolma/ dove il freddo/ è un altro Paese/ il desiderio un altro paesaggio/ e il passato ritorna”.

Nel mare s’immerge spesso, per inaugurare bene un mattino o dimenticare un pensiero cupo, Salvo Montalbano, il commissario di Vigata protagonista dei romanzi di Andrea Camilleri, qui alle prese, nella raccolta di venti racconti “Gli arancini di Montalbano” (Sellerio, pagg. 432, euro 15,00) con la recita della morte d’una coppia di vecchi attori, l’assassino d’una anziana prostituta, una tv locale che immagina “complotti dei comunisti”, un sequestro di persona, una misteriosa vicenda di “pezzetti di spago assolutamente inutilizzabili”. Chiacchiera e indaga, il commissario. Si siede affamato davanti alle pietanze gustose cucinate dalla cameriera Adelina, si fa trasportare dai pensieri, sapendo bene che il “tempo meridiano” della divagazione consente intuizioni che il ragionamento scrupoloso mai potrebbe avere. “Sostiene Pessoa” (citazione colta che fa da titolo a uno dei migliori racconti) che non bisogna mai fidarsi delle apparenze, per evitare l’inganno dei pensieri più ovvi. E anche questa è saggezza d’impronta mediterranea, anche se Pessoa, per l’esattezza, era portoghese. —

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