Dalle prigioni siriane ai senzatetto la Biennale mette in scena gli opposti

Presentata la 58.a Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia firmata da Ralph Rugoff Settantanove artisti si misurano su temi di attualità come etnia, segregazione, sessualità 
VENICE, 11.05 - 24.11.2019 BIENNALE ARTE 2019 58TH INTERNATIONAL ART EXHIBITION
VENICE, 11.05 - 24.11.2019 BIENNALE ARTE 2019 58TH INTERNATIONAL ART EXHIBITION

Il percorso



“L’arte fra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno”, diceva Gustave Flaubert e probabilmente è proprio questa la vera chiave di lettura della 58° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia che sabato aprirà le sue porte al pubblico. Ironica, caustica, irriverente e al contempo rigorosa, capace di moltiplicare gli sguardi sul mondo confrontando gli opposti, la Biennale firmata dal critico newyorkese Ralph Rugoff è senza dubbio una tra le più complesse e ricche di contenuti degli ultimi decenni.

Già dalla scelta controcorrente di ridurre il numero di artisti invitati alla mostra principale a solo 79, il curatore ha voluto marcare la differenza con le passate edizioni. Non scegliendo poi un tema unico, ma proponendo una pluralità di visioni degli stessi artisti in due distinte sezioni, all’Arsenale e ai Giardini, la Biennale di quest’anno sembra invitarci prepotentemente a riflettere sul mondo contemporaneo e su noi stessi. Non è un caso che Rugoff, abbia usato come titolo per questa edizione il falso anatema cinese "May You Live in Interesting Times" ("Che tu possa vivere in tempi interessanti"), che alla fine degli anni '30 il parlamentare britannico Sir Austen Chamberlain utilizzò per sottolineare quel periodo storico segnato da crisi, traumi e continui disordini. Mai esistita, tuttavia diventata da quasi un secolo citazione frequente nel linguaggio politico, questa maledizione-fake sembra calzare a pennello per i nostri tempi attuali e al contempo suggerirci una via di riflessione collettiva proprio a partire dall’arte.

«Come nel saggio di Umberto Eco “Opera aperta” del 1962 – ha commentato Rugoff - l’arte può ispirare nuove modalità di visione e comportamento grazie alla sua carica “eversiva” rispetto alle regole e alle convenzioni, offrendoci un punto di partenza e mai un punto di arrivo». E così gli artisti di questa Biennale hanno voluto esplorare da una pluralità di punti di vista storie e situazioni sociali del nostro tempo e temi di forte attualità, come l’etnia, il genere, la sessualità, la segregazione, le divisioni socioeconomiche, il bis-pensiero.

Ecco allora l’artista giordano Abu Hamdan che ci propone indagini forensi ambientate nella prigione siriana di Saydnaya o l’artista sudafricana Zanele Muholi che incrocia la sua identità africana e lesbica con storie recenti del suo paese. O l’albanese Andreas Lolis che ci mette con violenza disarmante di fronte alla realtà in crescita globale dei senza tetto. A popolare poi questa Biennale 2019 tutti gli opposti: grandi macchine e rottami, forme umane e fossili contemporanei, paesaggi naturali e architetture urbane, simboli tribali e geometrie di altri mondi, frammenti e universi mobili, accostati in un percorso quasi à rebours, che ci costringe continuamente a mettere in discussione i presupposti da cui siamo partiti offrendoci sempre un orizzonte lungo.

Quello lanciato da Rugoff dunque è al contempo un invito, una provocazione e una “maledizione” che propone l’arte come cartina di tornasole per verificare punti di riferimento, reali e presunti, nella nostra complessa, confusa, contraddittoria e ingannevole società contemporanea, dove gli individui sembrano immersi in una sorta di autismo esistenziale, sempre più incapaci di mettersi in relazione. Insomma è come se il critico newyorkese avesse voluto lanciarci una sorta di guanto di sfida: siamo o no capaci di ribellarci al conformismo e all’accettazione acritica della ortodossia nella vita e nell'arte? Domanda assai difficile: in un'epoca di bugie e solitudine, in cui la diffusione digitale di fake news e di "fatti alternativi" mina dalle fondamenta il dibattito politico, sociale, economico e soprattutto culturale, l’arte riuscirà davvero a salvarci, a diventare un antidoto alle storture e ai malesseri del nostro mondo contemporaneo?

Una risposta non c’è, ma sul piatto resta la scommessa: quella che gli artisti dei 90 paesi partecipanti propongono nei loro padiglioni. Ecco allora la solitudine dei manichini opalescenti della Gran Bretagna, la riflessione sui confini ideali e fisici della Germania o quella sull’identità umana della Francia, il cui padiglione si offre avvolto da una sorta di nebbia, o ancora l’intreccio tra virtuale e reale proposto dalla Cina o quello tra verità e finzione degli Emirati Arabi. Bellissimo il padiglione della Russia che prendendo spunto dal Vangelo secondo Luca mette in scena tra metonimie di Atlanti, riproduzioni di sale dell’Ermitage e antri fiamminghi, una potente riflessione sul concetto di pietà, di compassione e perdono nel nostro tempo. Al labirinto è dedicato invece il Padiglione Italia, curato da Milovan Farronato, che ha concentrato la sua scelta espositiva su tre artisti: Enrico David, Chiara Fumai e Liliana Moro. Prendendo spunto da un saggio di Calvino, il critico ha concentrato nell’idea di “coesistenza” degli opposti – disordine e rigore, razionalità e disorientamento – tipica del labirinto la sua idea di apertura verso la diversità.

Questa 2109 dovrebbe essere l’ultima Biennale del presidente Paolo Baratta, che nel suo ventennio di cambiamento e di sfida ai luoghi comuni dell’arte, come ha ricordato, ha potuto realizzare una sequenza di edizioni sempre più di successo sia in termini di pubblico che di critica. —



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