Dante uomo politico e intellettuale: l’identità del Poeta in esilio nell’inchiesta di Romanin

Al Rossetti di Trieste la lezione-spettacolo del docente di linguistica italiana dell’Università di Ferrara: «L’obiettivo è andare oltre il personaggio del viaggio nella selva oscura, con veste rossa e alloro, diventato icona pop»

Margherita Reguitti

Una sorta di inchiesta che troverà risposte possibili o plausibili attraverso il racconto della vita del Poeta e la lettura della Divina Commedia e di brani di autori coevi, a partire da Boccaccio. È quanto porterà in scena domani, nella sala 1954 del Rossetti alle 19, lo spettacolo-lezione di Fabio Romanini, professore di Linguistica italiana all’Università di Ferrara, già docente all’ateneo triestino. Da sorprendente divulgatore qual è, affronterà testi e multimedialità sul tema “Dante non tornerà dall’esilio”, suscitando dubbi, domande e ipotesi.

Sarà uno scandaglio che mira a coinvolgere il pubblico, un’architettura poetica e umana dalla quale far emergere la storia del padre della lingua italiana, poeta europeo e mondiale, che tutti conoscono e chiamano per nome. Un’interpretazione viva della vicenda umana e dell’attività politica dell’esiliato. Un andare a fondo nell’intellettuale capace di creare attorno a sé consenso e seguito anche fra i potenti del suo tempo, non solo fra le persone colte che si riunirono in un cenacolo a Ravenna, città dove morì e dove riposano le sue spoglie. Ma anche l’occasione per scoprire che il testo della Commedia a noi noto ha una storia linguistica ben più misteriosa e soggetta a evoluzione.

«Lo spettacolo - chiarisce da subito Romanini - cerca di scindere il personaggio del viaggio allegorico nella selva oscura al quale siamo affezionati, raffigurato cinto di alloro con la veste rossa, icona anche pop pubblicitaria, dall’uomo, politico e intellettuale». Cacciato da Firenze perché schierato con la parte politica sconfitta, trovò accoglienza in varie città, Verona, Bologna e Ravenna. Mai interruppe l’attività politica sapendo tessere relazioni di potere con l’imperatore Enrico VII e papa Bonifacio VIII. Contatti finalizzati a un possibile ritorno in patria. Progetto fallito sebbene gli fosse stato offerto di ritornare al prezzo di ammettere il tradimento e pagando una cospicua penale: cosa che mai fece. Morì a Ravenna nel 1321 a causa della malaria contratta nelle paludi di Comacchio di ritorno da una missione diplomatica a Venezia e venne sepolto nel convento dei frati francescani che ne conservarono in segreto la salma per secoli. Oggi riposa in un tempietto neoclassico accanto alla Basilica di San Francesco.

Pochi anni dopo la morte la città mise in atto un processo di pacificazione della memoria, ai suoi figli fu permesso di tornare e i fiorentini lo celebrarono appropriandosi della Commedia. Nel ‘400 entrò nelle università e a Firenze arrivano, da Bologna e Ravenna, le trascrizioni manoscritte. Studiandole gli esperti scoprirono che contengono forme volgari del nord e termini fiorentini più antichi. Un Dante dunque diverso da quello che oggi conosciamo. Gli amanuensi adattarono le parole alla fonetica dei dialetti locali e i fiorentini alla lingua parlata, sostituendo termini non più in uso. Un esempio: Dante utilizza il termine “aguglia” per il simbolo imperiale bicefalo che diventa attorno al 1340 “aquila”. «Un processo non rispettoso del testo - conclude il docente - come se oggi trascrivessimo il Paradiso inserendo termini inglesi di moda».

Lo spettacolo sarà sorprendente e promette colpi di scena che l’autore per ora non rivela, ma lascia trapelare che verrà proiettato anche un ritratto di Beatrice. —

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