Dario Fabbri: «L’Europa oggi è come un vaso di coccio fra gli imperi»

Torna da giovedì a domenica a Cormons il festival dell’informazione “Il mondo fuori”: l’analista geopolitico ospite alla serata inaugurale

Giovanni Tomasin
L’analista politico Dario Fabbri ospite al festival Mondo fuori
L’analista politico Dario Fabbri ospite al festival Mondo fuori

Torna da giovedì a domenica a Cormons il festival dell’informazione “Il mondo fuori”. Per la serata inaugurale, alle 21 nella sala civica comunale, si incontreranno la giornalista Lucia Goracci e l’analista geopolitico e direttore di Domino Dario Fabbri, moderati da Paolo Mosanghini. Tema: i confini nel presente.

Fabbri, i confini nel presente sembrano una cosa più che mai mobile, a partire dagli Usa. Il presidente Trump dice di voler annettere la Groenlandia, perfino il Canada. A Monaco Marco Rubio ha tessuto una lode degli imperi dell’Occidente. Cosa sta succedendo?

«Va ricordato che i due fanno due mestieri diversi. Rubio è l’antagonista di Trump nella sua stessa amministrazione: rappresenta la fazione neocon, anima storica degli apparati statunitensi, che ha l’espansione come sua missione. Per loro gli Usa devono “diffondere la democrazia”, tutti gli esseri umani sognano di essere americani e hanno solo bisogno d’un aiutino, il che di solito comporta bombardarli o invaderli».

E Trump?

«Lui rappresenterebbe invece, al condizionale, la fazione isolazionista che ai primi ribatte che il mondo è un luogo pericoloso che non si merita gli Usa. Il loro ragionamento è “se crolla tutto, possiamo sempre chiuderci sul nostro continente, l’America, quella settentrionale in particolare”. Quindi per sentirsi al sicuro hanno bisogno di sanare delle ferite, come il Venezuela dove s’erano insediati russi e cinesi, Cuba e la Groenlandia dove, questo sì, se arrivassero i cinesi sarebbe una piattaforma ideale per mettere sotto scacco il Nord America con dei missili balistici. Insomma negli Usa vediamo sentimenti contrastanti, ma tutti di matrice inequivocabilmente imperiale».

L’Europa si trova così costretta fra un problema ormai storico, quello con i russi in Ucraina, e la nuova questione americana.

«Noi siamo incastrati tra grandi imperi che oggi, a partire dagli Usa, hanno meno necessità di nascondere quello che sono. Se prima gli Stati uniti si curavano maggiormente di “fare i buoni”, lo dico semplificando, oggi se ne infischiano. Questo complica la nostra situazione anche nel concreto non è cambiato poi nulla. Il fatto è che tanta parte della nostra popolazione ha creduto per davvero che gli americani di mestiere facessero i redentori del mondo. Adesso è tutto più scoperto. In fondo è quel che di dice Trump: “Era una grande finzione, è colpa vostra se ci avete creduto, e adesso dovete armarvi, fare figli eccetera”. Noi siamo il famoso vaso di coccio fra soggetti imperiali, uno dei quali è grande come una casa ed è arrabbiato con noi e ci vorrebbe diversi, dopo averci trascinato per decenni in questa finzione».

La Germania di Merz parla ora di un’autonomia strategica europea. Le pare possibile?

«Ovviamente non c’è nessuna possibilità. Per un’autonomia strategica europea ci vorrebbe un soggetto attorno al quale tutti vogliano coagularsi, e nessuno vuole farlo con la Germania. Sul piano economico, magari, certo non su quello geopolitico. Non si fiderebbero di loro i polacchi, non lo farebbero i francesi e in fondo nemmeno noi. E in ogni caso gli Usa non ce lo lascerebbero fare, anche se ci fossero queste ambizioni. Lo si vede quando si lancia l’opzione delle forze armate europee: Washington chiede sempre “a che serve?”. Lo fanno sapendo che non c’è una vera spinta a farle, altrimenti sarebbero ancor più tranchant. L’opzione non esiste se non a tavolino, e le leghe di nazioni non nascono a tavolino. Questo è il tempo che ci è dato di vivere, il resto sono sogni. Comprensibili magari, ma sogni».

Per Gaza si vuol varare questo “Board of Peace”, per cui l’Italia si propone come “osservatore”.

«Il Board of Peace è un capriccio di Trump e del suo entourage, pensato come un paravento per mettere fine alla guerra a Gaza quando la condotta era diventata un problema anche per gli Stati Uniti. Ovvero quando Tel Aviv ha bombardato il Qatar. Fu imposto così un cessate il fuoco ma da allora la situazione non è cambiata. Hamas non ha disarmato né è stata sconfitta, gestisce ancor le macerie di Gaza, Israele non ha abbandonato i territori che occupa, ovviamente non è risolta la questione palestinese. In questa situazione si giocano gli interessi delle potenze in gioco, dai sauditi e gli emiratini fino alla Turchia e al Pakistan. Che l’Italia voglia un ruolo da “osservatore” in questo organismo assai aleatorio è comprensibile sotto il profilo della grammatica, visto che altri paesi europei non ci sono, sul piano morale è tutt’altro discorso».

Riproduzione riservata © Il Piccolo