Due ragazzi in Sicilia prigionieri dentro i loro corpi e nell’isola

Sono due le storie di cui si fa carico “Il mio corpo” di Daniele Pennetta. Due storie e due corpi che in parallelo cercano di sopravvivere e di scappare altrove.
Siamo nella Sicilia contemporanea: l’adolescente Oscar lavora con il padre e il fratello nella piccola impresa di famiglia, che recupera oggetti abbandonati; Stanley è un ragazzo che viene dalla Nigeria e fa quello che capita per vivere. Tra cinema del reale e finzione, il regista italiano ma trapiantato in Svizzera Michele Pennetta si prende il tempo di osservare ambienti e personaggi, li inquadra a lungo e attraverso sequenze mute. Il ritmo lo regalano i gesti quotidiani e la terra, unica madre di questo film che ad altre madri rinuncia, evocandole alla fine con lo Stabat Mater.
Pennetta punta sui silenzi e sul non detto, sulla fotografia di Paolo Ferrari, capace di catturare spazi assolati e paesaggi oscuri. Mette al centro una macchina da presa che riesce ad avvicinare ciò che la realtà tiene a distanza, vagando per una Sicilia tutt’altro che da cartolina: un entroterra brullo e desertico in cui le anime sembrano spiaggiate e abusive come le discariche che fanno da sfondo.
Presentato in numerosi e importanti festival, compreso quello di Roma, “Il mio corpo” racconta, attraverso parallelismi e metafore, la precarietà giovanile, chiudendo un’ideale trilogia che il regista ha dedicato alla Sicilia e ad una riflessione sul binomio illegalità/legalità.
Oscar e Stanley hanno molte cose in comune, sono due dimenticati dentro corpi che sono l’unico strumento di sussistenza e al contempo sono gabbie, come l’isola che li tiene prigionieri. Ad entrambi mancano prospettive e futuro, eppure le loro storie non si intersecano. L’osservazione mira a restituirci un frammento di realtà, e riesce a farlo con forza dirompente e poesia. —
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