Il successo senza tempo dei Duran Duran: «Credevamo di durare un paio d’anni, dopo mezzo secolo siamo ancora qui...»

La storica band britannica si esibirà a Villa Manin l’11 luglio. L’intervista al batterista Roger Taylor 

Elisa Russo
I Duran Duran: quest'estate torneranno in Italia con tre date
I Duran Duran: quest'estate torneranno in Italia con tre date

«Quando abbiamo cominciato, pensavamo non sarebbe durata più di un anno o due, essere assieme da quasi cinquant’anni è incredibile, una fortuna far parte del club di Rolling Stones, U2, Depeche Mode: non siamo rimasti in tanti».

Protagonisti assoluti della scena internazionale dagli anni ‘80 a oggi, i Duran Duran hanno ridefinito il linguaggio del pop e del rock, conquistando milioni di fan in tutto il mondo. La band britannica, composta dai membri originali Simon Le Bon (voce), John Taylor (basso), Nick Rhodes (tastiere) e Roger Taylor (batteria), torna in Italia per tre date esclusive, prodotte da D’Alessandro e Galli, in luglio: il 7 all’Arena di Verona, il 9 alla Reggia di Caserta e sabato 11 alle 21 a Villa Manin di Codroipo. Quest’ultima data – promossa dalla Regione e inserita nel programma di “GoToPordenone&Friends” organizzata in collaborazione con VignaPr, Fvg Music Live, Erpac Friuli Venezia Giulia – è l’unica occasione anche per i fan austriaci, sloveni e croati. «Sono molto legato all’Italia – racconta il batterista Roger Taylor, che nel corso dell’intervista risponde alle domande a nome della band –. Con la mia prima moglie mi ero sposato a Napoli nel 1984, la sua famiglia era di Caserta».

Cosa ha determinato successo e longevità dei Duran Duran?

«Una congiunzione di elementi: arrivati al momento giusto, negli Ottanta c’era voglia di qualcosa di nuovo, i video erano d’impatto, il look... Siamo persone solide, e oggi mature, ci capiamo meglio ora che agli esordi. Non siamo nostalgici, non guardiamo indietro ma siamo proiettati nel futuro».

Avete, infatti, in programma un nuovo album, “Reportage”. Quando uscirà?

«Ci stiamo ancora lavorando, tra prove, tour e impegni non è semplice chiuderlo, contiamo di farlo nei prossimi mesi, sono convinto sia un grande album. Abbiamo intanto pubblicato il singolo “Free to Love”».

Conoscete già le tre location italiane in cui suonerete quest’estate?

«La prima proposta è arrivata dall’Arena di Verona: per noi è speciale e non vedevamo l’ora di tornarci, l’ultima volta ci eravamo esibiti con la pioggia battente, eppure il pubblico era rimasto. Poi si sono aggiunte le altre due date, in posti altrettanto suggestivi».

Cosa ci sarà in scaletta?

«Uno show completamente diverso dall’ultima volta che abbiamo suonato in Italia, canzoni nuove e vecchie che i fan non hanno sentito da un po’».

Se dovesse scegliere tre canzoni per rappresentarvi?

«L’energia giovanile di “Rio”, dopo quarant’anni ancora in scaletta, la vibrazione sonica anni ’90 di “Ordinary World”, e l’ultima uscita “Free to Love”».

Da sinistra Nick Rhodes, Simon Le Bon, Roger Taylor e John Taylor
Da sinistra Nick Rhodes, Simon Le Bon, Roger Taylor e John Taylor

Il vostro pubblico comprende diverse generazioni, che effetto vi fa?

«Ho notato un cambiamento dopo il Covid, eravamo in concerto in America e c’erano giovanissimi davanti a me, credo sia legato alla diversa fruizione della musica con l’incremento di Spotify e iTunes, puoi avere 16 anni e ascoltare i Beatles mentre una volta erano i media a suggerirti cosa dovevi ascoltare in base alla tua età. Oggi le persone vanno dritte online e scelgono».

Siete simbolo di una certa libertà di espressione.

«A 17 anni frequentavo Boy George, Martin Degville dei Sigue Sigue Sputnik, c’era Madonna e tutti sperimentavano con la loro immagine e sessualità, sono cresciuto in questa scena in cui non esisteva il pregiudizio. Erano in pochi allora ad esprimersi così liberamente. Oggi suggerisco a tutti di fare lo stesso».

Una breve descrizione di ciascuno di voi?

«Dicono che io sia quello con i piedi per terra, Simon è il genio, il talento per i testi, Nick il creativo, John energia pura. Andy (Taylor, che non si esibirà in Italia ndr) un musicista dotato».

La rivalità con gli Spandau Ballet era reale?

«Venivamo entrambi dalla scena new romantic: all’inizio c’era un’enorme competizione, ma era sana, spingeva a fare sempre meglio. Più avanti ci siamo conosciuti e siamo diventati amici».

Un biopic sui Duran Duran?

«Ne abbiamo parlato con produttori e sceneggiatori senza però trovare la combinazione giusta, prima o poi ci piacerebbe, ci sono così tante storie da raccontare sulla nostra carriera, sarebbe un bel film».

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