Ecco come “Guarire dal silenzio” secondo i versi di Adam Zagajewski

la recensione
È uno dei più importanti poeti del panorama internazionale. Adam Zagajewski, nato a Leopoli nel 1945, si è subito trasferito a Cracovia con la famiglia, lontano dalla Polonia dell’Unione Sovietica.
Fin dal tempo della "nouvelle vague" polacca ("Nowa Fala"), nata nelle traumatiche vicende del '68, la voce poetica dell'allora giovanissimo Adam Zagajewski si è imposta come una realtà autonoma. Ha vissuto molto a Parigi, oggi insegna letteratura all’Università di Chicago. In Italia è stato tradotto da Adelphi, ma esce ora con Mondadori in un energico volume, “Guarire dal silenzio” (Lo Specchio, pag 304, euro 22), curato da Marco Bruno. Un’antologica che raccoglie le maggiori pubblicazioni del poeta, dal 1972 al 2019. Zagajewski sarà in collegamento domani a Pordenonelegge al Capitol (alle 20), introdotto da Francesco Napoli.
Pur partendo da una ricerca avanguardistica, ha sviluppato una voce personalissima di consonanze e lacerti di intensa memoria, che disegnano una porzione rilevante di quella costellazione di imprese che è la vita. “Guarire dal silenzio” delinea il percorso, lungo mezzo secolo, di uno dei maggiori poeti d'oggi, capace di intrecciare (come in una cinematografica dissolvenza incrociata) la storia privata, sempre cantata con discrezione, e quella collettiva e preziosa. Il suo rapporto con il mondo non è mai segnato da una linea di separazione, ma si registra nelle singolari pennellate di vita che rompono il ciclo delle visioni. E i livelli narrativi si sdoppiano, incalzano, travolgono la stessa esistenza. Ce la fa vedere bene, Zagajewski, quest’esistenza di trame fitte, nella storia, nell’amore, analizzate, decomposte, ricucite ma sempre aperte, pronte a rifuggire ogni rigida staticità. «Voce sommessa sullo sfondo delle immense devastazioni di un secolo osceno, più intima di quella di Auden, non meno cosmopolita di quelle di Miłosz, Celan, Brodskij» l'ha definita Derek Walcott. Una poetica coerentissima, fin dalle prime prove, dai primi libri (“Comunicato” o “Ode alla molteplicità”) in cui la domanda si fa esplicita, il senso della vita e della poesia, a cui non c’è mai una risposta precisa, ma tangenziale, dove lo stesso “fulgore” della poesia si può trovare ovunque.
È questa la ricerca ossessiva di Zagajewski, delineare gli attimi di un vivere assoluto, la richiesta di una spiegazione all’esistenza, spesso soddisfatta dalla memoria (dall’infanzia soprattutto), da ciò che rappresenta il passato, pur stimolando il confronto con la modernità, con quella “molteplicità” che è pretesto e misura per ricordare l’oggettiva bellezza di un tempo. Negli ultimi testi avanza anche una dimensione metapoetica, in cui la poesia parla per voce dei suoi testimoni e il senso dello scrivere viene espresso dai magnifici ritratti di Andrzej Bursa, Charlie Williams, Tomaž Šalamun, icone del verso, rievocati a dire il passato e la magnificenza della nostalgia. Ma non è poeta esistenziale, Zagajewski, è sempre presente un’azione sul passato e i suoi errori, il nazismo, la guerra, le persecuzioni, il pensiero di vite parallele destinate alla gioia o alla sofferenza, l’ imperscrutabile, oscuro “Regno dei vivi” (“perché è in noi/perché è infinito/ed elastico”), fino a chiedersi se riusciamo a intuire cos’è davvero l’arte, perché nel dolore in fondo, l’arte non assolve.
Marco Bruno, con un’accurata selezione, ci guida in un suggestivo cammino che muove dalle sillogi più recenti per condurci a ritroso fino alle opere dei giovanili e già interessanti esordi del 1972. —
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