Fra le dimore d’autore nella casa di Pasolini prima della fuga a Roma

la recensione
Nel Giovane Holden di Salinger, il protagonista a un certo punto dice che lo fanno impazzire «i libri che quando hai finito di leggerli e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse il tuo migliore amico, per telefonargli ogni volta che ti va». Il problema, però, è quando gli autori sono morti, magari da diversi secoli. In questo caso non si può certo telefonare, ma è sempre possibile cercare la loro casa, provare a suonare il campanello e vedere se qualcuno scende ad aprire. Magari il custode, nel caso che l’abitazione dell’autore defunto sia stata trasformata in una casa-museo.
È quanto ha fatto – con determinazione, pur senza impossibili ambizioni di completezza – Mauro Novelli, italianista dell’Università Statale di Milano, che ha girato l’Italia in lungo e in largo sulle tracce dei poeti e dei narratori più amati. Il resoconto di questo grand tour letterario è uscito ora per Feltrinelli: “La finestra di Leopardi. Viaggio nelle case dei grandi scrittori italiani” (pagg 208, euro 18,00). Il volume non è un semplice baedeker, perché il racconto delle visite alle diverse case possiede sempre un vivace piglio narrativo, che lo rende godibile come un romanzo. Inoltre l’indubbia competenza filologica e storico-letteraria di Novelli dà ai diversi capitoli un’apprezzabile sostanza critica, oltre che semplicemente aneddotica. Un ricco corredo di fotografie, scattate “in presa diretta” dallo stesso Novelli, rende infine visibile al lettore ciò che viene di volta in volta descritto.
C’è anche molto Nord-Est, e non poteva essere altrimenti, visto il ruolo di rilievo che questa porzione della Penisola ha avuto nella storia della nostra letteratura. Il Friuli di Pasolini, per esempio, con Casarsa, dove Novelli è stato accolto, qualche mese fa, da Angela Felice, storica anima del Centro Studi Pasolini (della quale, scomparsa prematuramente questa primavera, è presente nei ringraziamenti del volume un doveroso ricordo): «Pasolini amava dipingere. Osservo i quadri riuniti in quella che fu la stanza della madre: gli stessi soggetti campestri delle poesie, interni spogli, qualche autoritratto. Anche in tempo di guerra girava i dintorni di Casarsa pedalando col cavalletto a tracolla, in cerca di scorci». Anche se Pasolini intanto scriveva: «Che brutto paese è Casarsa! Non c’è niente. È tutta morale, niente bellezza: la maleducazione paesana dei ragazzi, la malignità delle femmine, la polvere grigia delle strade». Eppure il paese natìo della madre, Susanna Colussi, assurgerà nella sua poesia ad autentico luogo dell’anima: non a caso Poesie a Casarsa si intitolerà la sua prima raccolta di versi, data alle stampe nel 1942, appunto in lingua friulana.
Se Casarsa era stata per Pasolini il luogo della giovinezza (prima della “fuga”, nel 1950, a Roma), sei secoli prima Arquà, sul versante meridionale dei Colli Euganei, aveva rappresentato l’ultima dimora di Francesco Petrarca. La casa veneta dell’autore del Canzoniere è una solida villa di campagna, con la facciata in pietra e mattoni chiari, ben mimetizzata nella parte alta del paese. Il poeta aveva scritto a Francesco Bruni nel 1371: «Fuggo la città come un ergastolo e ho scelto di abitare in un piccolo villaggio in una graziosa casetta, circondata da un uliveto e da una vigna, dove trascorro i giorni pienamente tranquillo, lontano dai tumulti, dai rumori, dalle faccende». Alcuni mesi prima, in un’altra lettera aveva ammonito scherzosamente il medico Giovanni Dondi: «Faccio solo il giardiniere e tu pecchi contro la dea Pomona quando vuoi distrarmi dagli innesti dei miei alberi e dalla coltura delle mie piante». Echi tra vita e letteratura, e tra letteratura e vita, che danno origine a suggestivi cortocircuiti: alla casa di Petrarca si era recato, in gita con l’amata Teresa, il protagonista delle foscoliane Ultime lettere di Jacopo Ortis. «Certo - ammette Novelli - ai tempi di Foscolo non esisteva il ciclopico cementificio che s’incontra in prossimità del paese, né la fungaia di villette, ma insomma, dopo avere attraversato una pianura sfigurata dai capannoni queste gobbe verdissime restano un’oasi prodigiosamente intatta».
Il viaggio geografico-letterario dello studioso continua in altre regioni. Se di Comisso e Parise vengono ricercate le tracce nella campagna trevigiana, a Venezia si possono cogliere l’alba di Foscolo e il tramonto di Goldoni. A Santo Stefano Belbo, nelle Langhe, si può invece visitare casa Pavese, che in quelle terre ha ambientato gran parte della propria produzione narrativa. A Milano, ovviamente, non poteva mancare il nome di Manzoni, e qui Novelli, che è vicepresidente della casa-museo del grande scrittore, gioca “in casa” in due sensi. Poi, ancora, Bologna, la Romagna e la Toscana di Pascoli e Carducci; la Recanati di Leopardi; la Roma di Pirandello e Moravia; la Sicilia errante di Quasimodo e lo scoglio di Verga a Catania.
Ma che cosa cerchiamo nelle case degli scrittori? «Si tratta di trovare nella realtà», scrive Novelli, «le impronte della fantasia, dopo aver cercato nella fantasia le impronte della realtà. Inseguendo l’ombra degli scrittori, incontriamo la nostra. Sulle loro pagine ci siamo riconosciuti, nelle loro stanze li riconosciamo. Qui, grazie alle emozioni e alle riflessioni che hanno saputo suscitare, è maturata una parte di noi». —
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