Franklin Foer: «La libertà della Silicon Valley finita nell’orrendo Facebook»

l’intervista
Gli entusiasti del web come strumento di emancipazione e libertà umana potranno storcere un po’ il naso, ma è innegabile che in questi ultimi vent’anni il mondo delle imprese che governano il digitale si sia strutturato in una limitatissima rosa di monopoli che stanno completamente riorganizzando il mondo della produzione e del consumo di conoscenza, ridefinendo le nostre abitudini di pensiero. Oggi facciamo acquisti su Amazon, socializziamo su Facebook e ci affidiamo a Google per rintracciare qualsiasi tipo d’informazioni. La vita si è fatta più semplice: grazie agli algoritmi elaborati da queste grandi aziende possiamo rintracciare compagni di scuola che non sentiamo da decenni e farci consegnare la spesa davanti al portone di casa. Ma per farlo bisogna dare loro in pasto una grande mole di dati personali e sensibili: chi siamo, dove viviamo, quali sono i nostri gusti sessuali e il nostro orientamento politico.
I big mondiali della tecnologia non solo sanno tutto di noi, ma attraverso i loro algoritmi pensano e scelgono per noi, perché in un mondo in cui la produzione d’informazioni continua a crescere in maniera esponenziale chi si occupa di filtrarle e ordinarle ha un potere immenso.
È la tesi alla base del saggio “I nuovi poteri forti. Come Google, Apple, Facebook e Amazon pensano per noi” (Longanesi, pagg.268, euro 22), che ha fatto guadagnare al suo autore, il giornalista e scrittore statunitense Franklin Foer, la XV edizione del Premio Letterario Internazionale Tiziano Terzani. Il riconoscimento gli verrà consegnato stasera, alle 21, al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, in una serata/evento organizzata dal festival Vicino/Lontano. Foer dialogherà con Gad Lerner, incursioni musicali di David Riondino ed Enrico Rustici.
Fratello di Jonathan Safran Foer, Franklin ha diretto per sei anni la rivista “The New Republic” ed è corrispondente del magazine “The Atlantic”. Ha iniziato la propria carriera giornalistica come redattore di “Slate”, la rivista online di Microsoft dedicata a argomenti di cultura generale e uno dei primi tentativi di giornalismo online.
Foer, nel suo libro sostiene che oggi gli algoritmi sono così complessi che neppure le grandi compagnie tecnologiche ne conoscono appieno il funzionamento. Ma quali sono le differenze tra un algoritmo di Amazon e uno di Facebook?
«Le differenze stanno già nei dati di partenza. Amazon è specializzata nel tracciare ciò che si compra: così è in grado di prevedere i prossimi acquisti. Questi dati stanno diventando la base per il suo business pubblicitario, che è in rapida crescita e su cui penso presto sfiderà il dominio di Facebook e Google. Facebook invece tiene traccia delle amicizie, idee politiche e stati d’animo dei propri utenti. Questa conoscenza diventa la base per la manipolazione: Facebook sfrutta queste informazioni per tenere i propri utenti sul sito il più a lungo possibile».
Negli Stati Uniti, dice nel suo saggio, le elezioni di Trump hanno messo in questione la celebrazione acritica delle Big Tech della Silicon Valley. Perché?
«Con lo scandalo di Cambridge Analytica si è dimostrato quanto Facebook sia stato negligente con i dati degli utenti e con il Russiagate se ne è svelato il potere di manipolazione politica. L’elezione di Trump poi, che per molte persone è un fatto incredibile, ha evidenziato la scarsa qualità delle informazioni ricevute dalla maggior parte degli elettori».
Esiste una curiosa connessione tra il movimento hippie e il mondo della Silicon Valley: come è successo che un'idea della tecnologia come strumento di liberazione si sia trasformata in un dominio monopolistico della conoscenza?
«Prima di diventare la culla del capitalismo la Silicon Valley è stata la culla della controcultura, il luogo da cui provenivano i Grateful Dead e l’Lsd. Le aziende tecnologiche condividevano con gli hippie lo stesso senso di creatività e idealismo. Sfortunatamente, l'idealismo fu catturato dalle corporation e divenne la base per monopoli pericolosi: la bella idea del Global Village si è trasformata nel raccapricciante Facebook».
In che modo queste aziende sfuggono al fisco e perché è così difficile criticarle apertamente?
«Viviamo in tempi libertari e queste aziende sono state maestre nello sfruttarli. Internet era qualcosa di nuovo, perciò hanno detto che richiedeva nuove regole. I nostri governi hanno sposato le loro argomentazioni e hanno dato a queste società una libertà senza precedenti. L’evasione fiscale ne è solo l'esempio più stravagante: è assurdo che Amazon ci faccia sentire solidali con Walmart, ma Walmart paga davvero le tasse».
Google e Facebook come hanno cambiato il mondo del giornalismo?
«I media dipendono da Facebook e Google per raggiungere un vasto pubblico, e la dipendenza può essere pericolosa. Se quelle aziende creano nuove regole, i media non hanno altra scelta che seguirle. C’è fin troppo giornalismo impegnato a competere nei concorsi di popolarità che questi siti gestiscono».
Se Internet è una sorta di fotocopiatrice di contenuti, qual è il destino della proprietà intellettuale?
«La proprietà intellettuale è condannata senza un rafforzamento delle leggi sul copyright. Senza la proprietà intellettuale il valore economico della cultura crollerà e con esso l’incentivo a creare qualcosa di nuovo in modo serio e costante».
Cosa dovrebbe fare il governo degli Stati Uniti per regolamentare questo mercato fuori controllo?
«Per ridimensionare queste compagnie come prima cosa dovrebbe limitare veramente i loro poteri attraverso le leggi antitrust. Così facendo distruggerebbe un'azienda come Facebook, smantellando le sue fusioni con Instagram e WhatsApp. Un’altra azione rilevante sarebbe quella di esercitare un maggior controllo sulle future fusioni. Tutto dovrebbe iniziare con un'analisi del potere e delle ragioni per cui le concentrazioni di potere sono pericolose».
Cosa pensa del regolamento generale sulla protezione dei dati che è stato approvato nell'Ue?
«Penso che sia animato da buone intenzioni e forse un giorno si evolverà in qualcosa di importante. Ma nel frattempo non sono sicuro che la privacy degli europei sia più forte: è un regolamento troppo burocratico per essere utile».
Cosa dovremmo fare per riprendere il controllo delle nostre vite?
«L’attenzione è il nostro bene più prezioso e dobbiamo iniziare a trattarlo come tale. Dovremmo rimuovere Facebook dal telefono, per evitare il pericolo di rimanere intrappolati in uno scroll infinito. Non dovremmo dormire con lo smartphone, dovremmo metterlo in un’altra stanza durante i pasti. Ed eliminare le notifiche, perché solo un altro essere umano dovrebbe essere in grado di attirare la nostra attenzione».
Il finto populismo insito nel web ha contribuito alla diffusione del populismo in politica?
«Le grandi compagnie tecnologiche hanno rafforzato l'odio nei confronti delle élite, che ha alimentato l'ascesa dei movimenti populisti. Non penso che sia stato un fattore determinante nell'ascesa del populismo, ma ha contribuito a creare l'atmosfera che ha permesso l’attuale momento politico».
In Italia il Movimento 5 stelle ha basato la sua campagna sul potere democratico di Internet e ha fatto votare i suoi membri su una piattaforma dedicata. È questa è la democrazia del XXI secolo?
«In Italia il governo può permettersi di ignorare i media, perché utilizza i social per comunicare direttamente con le persone, il che significa che può ignorare il controllo giornalistico. Questa destituzione non è la democrazia: è una fuga dalle responsabilità». —
Riproduzione riservata © Il Piccolo








