“Galina vecia fa bon brodo”, la band Marongiu & I Sporcacioni celebra 20 anni di rock con una raccolta di classici

Giovanni Tomasin

«Galina vecia fa bon brodo». È una dichiarazione d’intenti e al contempo una garanzia di qualità il titolo che la band “Marongiu & I Sporcaccioni” ha scelto per il suo disco “Best of”. L’album ripropone in una nuova veste alcuni dei brani più potenti, più toccanti e più “tamarri”, risalenti ai primi e selvaggi anni della band-bandiera della Bisiacaria. Il “Best of” è la prima uscita che nel 2026 andrà a coronare il ventennale della formazione. Spiega il frontman e fondatore Claudio Marongiu: «Dopo 20 anni di disonorati insuccessi, anche il più piccolo gruppo rock del Nord-Est ha diritto a storicizzarsi. E raccontare almeno un po’ della sua storia, fra vicende personali tinte di alcolismo, impotenza maschile e chitarre prepotenti da motociclisti fallocentrici». Nel disco, prodotto dal punk-rocker israeliano Yotam Ben Horin, sentiamo risuonare le antiche radici rock della band (l’epico inno “Turiac”, o la storia quasi horror di “Son un emargina’”, o il classico “Malattie veneree”) a confermare che questo genere è in fondo l’unica forma di musica popolare bisiaca. Nella loro demenzialità alcuni versi dialettali diventano lirici («Pituro quadri astratti, xe scaraboci rabiosi»). Così Marongiu: «Il dialetto non è un handicap, né serba miopi desideri di supremazia. Si tratta di un veicolo espressivo onesto, rude ed efficace». Per scrivere canzoni attendibili, dice, a servire è l’amore: «L’amore serve. Alla base dell’amore, c’è quello che si prova per i personaggi che l’ animano. Che sono personaggi e non persone reali. Cui, tuttavia, restano largamente ispirati. E non compiono azioni corrette, eroiche, politicamente ammirabili. O magari lo fanno ma ci appassionano di più quando esibiscono condotte riprovevoli». Ci sono le impressioni di personaggi e leggende (la cavalcata western “Davide Virgilio”) e ballate strappacuore, su tutte la “Balata disperata”. Il tutto in una nuova veste scintillante, complice la formazione del gruppo quasi interamente rinnovata, salvo Marongiu e lo storico bassista Andrea Farné (alle chitarre Lorenzo Cociancich e Giovanni Bertossi, alla batteria Gabriele Gustin). «Assodato il nostro “credo”, abbiamo scelto nove brani (“La me femeneta” è stato scritto 23 anni fa) per raccontarci, anche a chi del dialetto bisiaco non capisce una parola, persuasi che il suono abbia forza per arrivare a chiunque ami la magia di una storia degradante».— g.tom

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