Gli ormoni tra arte e scienza raccontano società e pregiudizi

C’è un filo rosso che lega la tematica degli ormoni con la scienza, l’arte e la nostra vita quotidiana. Perché quando si parla di terapie ormonali non ci si riferisce solo a quelle utilizzate dalle persone trans, in transizione da un genere all’altro, ma anche ai percorsi per aiutare la procreazione, ai comuni contraccettivi, agli ormoni assunti dagli atleti, fino al Viagra e al controllo ormonale esercitato dalle dittature per “curare” quelle che venivano considerate “devianze sessuali”.
Sull’argomento si concentra la mostra di videoarte “Transitions_Ormoni tra arte e scienza” che inaugura questa sera alle 21 a Trieste allo spazio Cavò, “sintesi” di un’esposizione già passata per Londra, Barcellona e Bologna. La mostra è a cura di Cizerouno in collaborazione con Chiara Beccalossi, professoressa alla britannica University of Lincoln, che si occupa di storia della medicina e della sessualità. Domani, alle 18 al Knulp, Beccalossi parteciperà anche all’incontro “Transitions_le terapie ormonali tra storia e attualità” insieme a psicologi e medici del territorio.
Ma perché una mostra sugli ormoni? «È un argomento che riguarda ciascuno di noi», risponde Chiara Beccalossi. «Tutti abbiamo gli ormoni. I ricercatori hanno cominciato a manipolarli all’inizio del ‘900, per esempio per alleviare i dolori mestruali. Il mio interesse parte dal periodo fra le due guerre, quando gli ormoni venivano usati per “curare” l’omosessualità. Negli anni ’60, con la pillola contraccettiva, la manipolazione degli ormoni ha cambiato il ruolo delle donne nella società occidentale. Oggi, però, una donna che prende gli ormoni viene accettata, mentre le persone trans che li utilizzano per completare il percorso di transizione sono stigmatizzate».
Un tema, quello del controllo sociale dell’identità di genere, che tocca soprattutto il corpo femminile, come le undici opere internazionali esposte ben raccontano. C’è la video-installazione “La Huella que Mira”, sui cambiamenti del corpo di tre donne anziane, ma anche la testimonianza privata di Fox&Owl, coppia d’arte e di vita, simboli del “gender fluid”: «Fox è un uomo trans, mentre Owl è un’attivista donna trans: entrambi non si riconoscono completamente né in un genere né nell’altro», spiega Beccalossi. «Nel video parlano in modo semplice della loro transizione». Altre opere sono più simboliche, come “Approach/Withdraw”, «che usa materiale di sessuologi del ‘900 per rappresentare come le persone trans sono state interpretate dalla scienza e dalla religione», o “Eostre Eats Estradiol” di Holly Slingsby, che mette in scena la sua esperienza personale con la fecondazione in vitro, tra medicalizzazione e credenze popolari sulla fecondità.
E c’è anche qualche video più scopertamente politico, come “Housewives Making Drugs” di un gruppo di artisti trans «che prende in giro la politica di Trump e parla della difficoltà di accedere agli ormoni negli Usa». Ma perché lo scardinamento dei generi continua a fare paura alla società occidentale? «Fa comodo avere due generi ben distinti, quello maschile al potere e quello femminile al servizio del primo», spiega Beccalossi. «Chi dice di non riconoscersi nel genere assegnato alla nascita destabilizza questo sistema, ma nel passato ci sono state tradizioni popolari di accettazione di altri generi. In Islanda il governo ha riconosciuto il genere “neutro” sui passaporti, l’Inghilterra ne sta discutendo: in Italia siamo ancora indietro su questi temi. Non esiste neppure una legge sul reato di transfobia». —
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