La grazia ironica di Miela Reina in mostra a Berlino

L’Istituto italiano di cultura della capitale tedesca accende i riflettori sull’artista triestina, concentrando l’attenzione sulla sua ultima fase creativa. Quella in cui la pittura, prima densa di toni e colori, si semplifica e alleggerisce

Franca Marri
L'opera "Arcobaleni"
L'opera "Arcobaleni"

«Miela era una fatina, ogni cosa che toccava assumeva un altro significato; era un personaggio straordinario, con risvolti anche complessi, amata da tutti. Poteva apparire timida anche se di fatto non lo era: non era esibizionista, non si metteva in mostra, eppure emanava un fascino assoluto. Aveva un qualcosa, una grazia, una leggerezza, una vivacità da fare innamorare tutti di lei».

A ricordare così un’artista assolutamente unica, una delle voci più originali e creative della cultura triestina del secondo dopoguerra, è Carlo de Incontrera, suo grandissimo amico.

La grazia, la leggerezza, la fantasia e l’ironia di Miela Reina stanno per debuttare nella città di Berlino: il prossimo 22 ottobre all’Istituto italiano di cultura in Hildebrandstraße 2, a Berlin-Tiergarten, si inaugura la mostra “Miela Reina: Die Arte Viva einer Künstlerin aus Triest (Miela Reina: l’Arte Viva di un’artista triestina) 1935-1972”.

Realizzata con la collaborazione del Centro Studi Miela Reina di Trieste, curata da Carlo de Incontrera, musicologo, compositore, docente e curatore di molte, importanti manifestazioni culturali, proporrà un centinaio di opere dell’autrice, tra dipinti, installazioni, disegni, fumetti, bozzetti, album di grande formato posati su leggii che il visitatore avrà modo di sfogliare.

L’iniziativa è nata in seguito all’interessamento del direttore dell’istituto berlinese Alessandro Turci che qualche tempo fa era giunto in visita a Trieste e si era incuriosito, appassionandosi, della storia e dell’opera dell’artista. È altresì frutto della fitta rete di contatti che è riuscita a creare con il coinvolgimento di tanti amici e istituzioni Lucia Budini, presidente del Centro Studi Miela Reina inaugurato esattamente due anni fa, nell’ottobre del 2024.

Ed è pure un importante risultato legato al costante impegno di promozione e valorizzazione dell’opera dell’artista da parte dello stesso professor de Incontrera che, nel tempo, ha curato diverse iniziative a lei dedicate, insieme a diverse pubblicazioni tra cui la più recente, realizzata da Erpac e Regione Friuli Venezia Giulia nel 2023, intitolata “Miela Reina W l’Arte Viva” (San Marco Edizioni), esposta alla mostra “How to put art in a book” a Palazzo Grassi di Venezia, fatta recapitare anche all’Istituto di cultura berlinese.

Oltre ad accendere nuovamente i riflettori su questa straordinaria artista, a rivivere sul palcoscenico berlinese sarà una stagione artistica altrettanto straordinaria che ha animato la Trieste degli anni Sessanta e primi Settanta. La mostra infatti non vuole essere un’antologica dell’autrice ma si concentra sulla sua ultima fase creativa, a partire dal 1966-67, da quando Miela decide di semplificare e alleggerire la sua pittura inizialmente densa di toni e colori, dall’impronta espressionista.

By ari mail (foto Benedetti)
By ari mail (foto Benedetti)

Sono gli anni immediatamente successivi all’apertura della Galleria La Cavana voluta da Miela Reina ed Enzo Cogno che, tra il ‘61 e il ‘63, portarono a Trieste nomi di tutto rilievo del panorama nazionale e internazionale di allora. E sono gli anni dell’associazione Arte Viva che sulle problematiche più attuali del linguaggio musicale, architettonico, visivo e teatrale mette in relazione la progettualità di Carlo de Incontrera, Gigetta Tamaro, Luciano Semerani e degli stessi Cogno e Reina.

Da tali confronti e dalla tensione pedagogica legata alla sua attività di insegnamento, gradualmente ma abbastanza velocemente, in Miela inizia a delinearsi un desiderio di chiarezza e di limpidezza.

La sua pittura evolve verso creazioni caratterizzate da sfondi bianchi, incentrate su una serie di elementi quali frecce, cuori, bretzel, fiamme, forbici, personaggi con il corpo a x che diventano una specie di “leitmotiv”, come li definisce de Incontrera: a dire delle sue composizioni contrappuntistiche, tendenti alla teatralizzazione della pittura, che non potevano non sfociare nel teatro stesso.

A fare da introduzione e da accompagnamento alla mostra sarà proposto un video della storica dell’arte Paola Bonifacio, a illustrare brevemente la vicenda artistica dell’autrice, fornendo dei punti di riferimento a livello nazionale e sovranazionale volti a superare la visione, durata sin troppo a lungo, di un’artista “periferica”.

Pianista paracadutista (foto Benedetti)
Pianista paracadutista (foto Benedetti)

La sua figura viene considerata in un ambito di ricerca più ampio, dapprima correlato all’informale e all’espressionismo gestuale del gruppo Cobra, per poi passare alla sperimentazione di linguaggi differenti in uno spirito affine ad artisti quali Tano Festa, Pino Pascali, Gastone Novelli, e giungere ad una personale rilettura del New Dada e della Pop Art.

Nella prima sala si potranno quindi ammirare una serie di quadri di grandi dimensioni, il “Vestito per fiammifero” in una teca appositamente predisposta, il “Pianista paracadutista” al centro. «È Carlo il paracadutista-pianista? -si domandava Luciano Semerani- oppure è l’autoritratto di Miela, così impacciata, così proveniente dalle nuvole… sensibile e forte allo stesso tempo, una creatura leggera, spaziante e spaziale».

Al piano superiore il percorso proseguirà con l’opera intitolata “Decadimento della pittura e suo possibile recupero mediante box di raccolta”, quasi un manifesto programmatico, e ancora tante opere, tanti disegni, installazioni e scenografie come gli “Arcobaleni” in gommapiuma, le “Montagne e colline su carretti”, “Liebeslied”.

Giulio Montenero diceva di non aver «mai conosciuto artista che avesse più talento di lei, nel disegno e nello schizzo, già di per sé opera d’arte compiuta». Per Gillo Dorfles Miela Reina è stata «la sola artista dell’area giuliana ad aver creato, nella breve stagione che va dagli anni Sessanta ai Settanta, un’opera non solo degna di essere ricordata e studiata, ma degna di essere considerata come una solitaria e inimitabile avventura della fantasia».

Lo stesso critico d’arte lamentava che per la sua fugace esistenza, terminata a soli trentasei anni, oltre che per la sua ritrosia nel relazionarsi con il mercato dell’arte, fosse poco conosciuta al di fuori della sua città natale. Ora la sua creatività ottiene un giusto riconoscimento, prova di quanto l’arte di Miela sia ancor oggi un’“Arte Viva”.

La mostra a Berlino rimarrà aperta al pubblico fino al prossimo fino al 18 gennaio.

 

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